Maso denuncia Fedez per diffamazione: “Mi ha citato in una canzone”

Pietro Maso e Fedez

La denuncia alla Procura di Roma: “È richiamata in maniera esplicita la drammatica vicenda personale e processuale che mi ha visto coinvolto”

PADOVA. Il rapper Fedez è indagato a Roma per l'accusa di diffamazione aggravata nei confronti di Pietro Maso, l'uomo che ha scontato una pena ad oltre 30 anni di carcere per avere ucciso nel 1991 i suoi genitori. L'iscrizione è legata ad una denuncia presentata nei mesi scorsi dall'avvocato Alessio Pomponi, difensore di Maso, in relazione al testo della canzone «No Game-Freestyle» pubblicata nel giugno scorso da Fedez, al secolo Federico Leonardo Lucia, dove si fa riferimento alla vicenda processuale di Maso.

La canzone

Nel brano l'artista cita Maso, tornato libero nel 2015. «Flow delicato, pietre di raso, saluti a famiglia da Pietro Maso, la vita ti spranga sempre a testa alta come quando esce sangue dal naso (…)», il passaggio del brano contestato dall'avvocato. «È richiamata in maniera esplicita la drammatica vicenda personale e processuale che mi ha visto coinvolto - scrive Maso nella denuncia - e che, a distanza di anni e di un faticoso e doloroso percorso personale sono riuscito a superare».

Libertà di espressione

Per il denunciante «le espressioni utilizzate, riferite e riferibili in maniera chiara, diretta ed esplicita al sottoscritto, appaiono oggettivamente diffamatorie e non possono essere certamente ricondotte all'uso di immagini forti appartenenti al genere musicale o alla cifra artistica degli autori, ovvero a vicende personali assimilabili». Per Maso la «libertà di espressione e di manifestazione del proprio pensiero, anche e soprattutto nel caso di specie… non può determinarsi in modo da ledere l'onorabilità altrui, atteso, vi è più, che la vicenda che ha interessato il sottoscritto, ad oggi, non assume alcun interesse in termini di attualità e rilevanza storica».

La strage

Ma il ricordo di quei fatti è ancora vivido.

Il 17 aprile 1991, nella sua casa di Montecchio di Crosara in provincia di Verona, Pietro Maso massacrò i genitori Antonio (56 anni) e Mariarosa Tessari (48). L’omicidio  fece molto scalpore proprio per la ferocia del gesto, la premeditazione e   per le motivazioni: semplicemente intascare l’eredità.

Il delitto era stato pianificato da tempo, ed era stato preceduto da ben tre tentativi falliti. Ma nulla faceva presupporre quanto accaduto quella sera di aprile, quando Pietro Maso, che non aveva problemi psicologici e neanche un rapporto particolarmente tormentato con i genitori, massacrò padre e madre con l’aiuto di tre complici: Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza (entrambi diciottenni), e Damiano Burato (all’epoca ancora minorenne).

Giorgio, che aveva ottenuto un prestito in banca di 24 milioni di lire per comprarsi un’auto, decise di sperperare quel gruzzoletto insieme a Pietro, per fare la bella vita. Al momento della restituzione del denaro, Pietro decise di staccare un assegno del conto intestato alla madre, imitandone la firma e consegnando così 25 milioni all’amico. Il delitto, nei suoi piani, doveva  quindi essere messo in atto prima che la signora Rosa si accorgesse dell’ammanco.

Quella sera Maso, Carbognin, Cavazza e Burato si ritrovarono in un bar di Montecchia. La perizia psichiatrica sancì la sanità mentale per tutti gli imputati. La sentenza venne emessa nel 1992 e successivamente confermata dalla Corte di Cassazione: a Pietro Maso vennero dati 30 anni e 2 mesi di reclusione, a Cavazza e Carbognin  26 anni. Mentre Burato, non ancora diciottenne, venne condannato a 13 anni. 

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