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La catastrofe della Resistenza veneta: 300 i partigiani morti e 250 i deportati

Il rastrellamento del Grappa (21-27 settembre 1944) è stato definito dagli storici “la” catastrofe. Alle perdita di vite vanno sommate le devastazioni e gli incendi  

TREVISO. Il rastrellamento del Grappa (21-27 settembre 1944) è stato definito dagli storici “la” catastrofe della Resistenza Veneta. Per Lorenzo Capovilla i partigiani morti in battaglia o impiccati furono circa trecento e duecentocinquanta quelli deportati in Germania, dei quali solo un terzo fece ritorno.

Alla perdita di vite vanno sommate le devastazioni e gli incendi appiccati a numerosi paesi (Valle di Seren, Schievenin, Borso del Grappa, Carpanè) e il terrore in cui venne gettata la popolazione della Pedemontana attraverso un’orchestrata sequenza di impiccagioni che toccarono ogni borgata da Pederobba a San Nazario in Valbrenta. Chi ebbe consapevolezza del colpo mortale inferto alla lotta di liberazione fu Primo Visentin “Masaccio” che nei primi mesi del 1945 denominò Martiri del Grappa la brigata che raccoglieva coloro che erano riusciti a salvarsi.

La storiografia ha delineato in modo preciso il contesto del rastrellamento. I tedeschi, ritiratisi a seguito dell’offensiva alleata del giugno 1944 dietro la Linea gotica, ritengono necessario aprire le vie di fuga di Fadalto e Valsugana presidiate rispettivamente dalla Nannetti (Cansiglio) e dalle Brigate del monte Grappa. Per questa la ragione vengono attuati i due grandi rastrellamenti che avranno esiti opposti.

In Cansiglio tra il 31 agosto e il 9 settembre i partigiani, che erano bene armati e disciplinati, sfuggono all’accerchiamento grazie alle istruzioni impartite dal comando di divisione. Sul Grappa stazionano circa 1.200 uomini, organizzati in quattro formazioni: la brigata G. Matteotti con ufficiali di orientamento socialista (500 uomini); l’Italia Libera Archeson, guidata dal Maggiore Edoardo Pierotti, repubblicano moderato (250 uomini); l’Italia Libera Campocroce, di orientamento azionista e con presenze cattoliche organizzata da Lodovico Tedesco ed Emilio Crestani che si erano staccati da Pierotti a cui imputavano eccessivo attendismo (300 uomini) e i battaglioni Montegrappa e Anita Garibaldi guidati da ufficiali comunisti (150 uomini).

La mancanza di un vero coordinamento tra le formazioni, lo scarso addestramento, la carenza di armi di munizioni e della necessaria disciplina, nonché la strategia della resistenza a oltranza voluta dagli Alleati presenti con la missione Tilman-Brietsche consentono ai circa 10.000 rastrellatori dell’operazione “Piave” (unità della Wehrmacht, delle SS, di Alpenjäger, volontari ucraini, reparti della polizia trentina, del reggimento “Bozen”, della “M Tagliamento”, brigate nere e compagnie della Gnr) di annientare i partigiani e di recidere il legame conla popolazione civile. 

(testo di Amerigo Manesso, storico Istresco)

Il doloroso Calvario di Luigi Giarnieri, carabiniere martire

Aveva 34 anni Luigi Giarnieri, quando fu impiccato al gancio di un edificio di Crespano del Grappa, condividendo la sorte toccata a quanti sul Monte Grappa, dopo un anno di azioni di sabotaggio che distoglievano ai tedeschi e ai fascisti forze militari da mandare al fronte, nel tentativo di fermare l’avanzata alleata.

Distoglievano forze e soprattutto minavano la sicurezza delle retrovie, da dove provenivano rifornimenti e munizionamenti e dove erano stati dislocati numerosi uffici del governo della Repubblica Sociale Italiana. Al collo del giovane impiccato venne legato un cartello di ammonimento: «Ero ribelle, questa è la mia fine» c’era scritto. I crespanesi che quella domenica mattina si recavano a messa furono obbligati con delle transenne a passare davanti all’impiccato.

L’intento era terroristico. Doveva servire da monito, come avvenne per Luigi Ceccato a Fonte e per le decine di giovani appesi con il filo di ferro agli alberi del viale dei Martiri a Bassano. Un monito a chiunque volesse opporsi alla dittatura fantoccio istituita dopo l’8 settembre del ’43 nell’Italia centrosettentrionale. Il Sud e le Isole erano già saldamente in mano agli alleati che però sembravano non riuscire a sfondare la linea Gustav, posta all’altezza di Montecassino, e successivamente la linea Gotica.

L’azione partigiana soprattutto nel nord e sull’appennino tosco-emiliano serviva proprio a indebolire i fronti che i tedeschi avevano eretto per guadagnare tempo, nella speranza di invertire l’inerzia di una guerra che ormai sembrava perduta, ma non per questo non si sarebbe combattuta casa per casa fino al cuore di Berlino.

Luigi Giarnieri era un carabiniere. Un tenente dei carabinieri. Colto l’8 settembre al comando della tenenza di Tarvisio, Giarnieri, assegnato a una sede del ministero della Difesa della Rsi, di stanza a villa Barbaro Volpi di Maser, scelse fin dall’autunno di collaborare con il nascente movimento resistente, fornendo informazioni, armi e vettovaglie e, nel ’44 , assieme a un gruppo di commilitoni salì in montagna per unirsi alla Brigata “Matteotti”, formando la Compagnia dei carabinieri partigiani i quali parteciparono a numerosi atti di sabotaggio e azioni contro fascisti e tedeschi.

Tra di loro il carabiniere Rocco Pietro Dragone, ucciso assieme a due compagni dopo aver liberato alcuni partigiani tra Campea e Combai. O come il carabiniere Leonardo Pirrone che partecipò all’attacco al presidio delle Brigate nere di Cornuda; o Sante Furnari che mise fuori servizio con sei compagni la ferrovia che portava a Conegliano.

I continui atti di sabotaggio e guerriglia stavano costando molto ai tedeschi che decisero di porre fine allo stillicidio proveniente da Grappa e Cansiglio. Ma mentre sulla montagna di Vittorio Veneto i partigiani furono abili a sganciarsi quasi tutti, evitando la rete del rastrellamento, sul Grappa si provò malauguratamente a resistere. Un migliaio di partigiani avevano però ben poche speranze di resistere a un attacco portato da diecimila soldati. Nel corso dei combattimenti caddero 300 partigiani, tra essi 18 carabinieri, altri, come Giarnieri feriti vennero catturati e impiccati o fucilati.

L’accanimento feroce contro i carabinieri catturati e Giarnieri in particolare, torturato a lungo al Filippin, forse fu motivato dal fatto che erano addetti anche al servizio d’ordine nei confronti dei partigiani che si macchiavano di azioni criminali, alla sorveglianza dei prigionieri e soprattutto al controspionaggio. La scoperta delle spie infiltrate e ce n’erano parecchie, si concludeva spesso con l’esecuzione, dopo un processo sommario.

Il 24 settembre del 44, un camion con a bordo il tenente Giarnieri, con le gambe spezzate e il corpo orrendamente torturato, guardato a vista da cinque tedeschi percorse le strade di Crespano, fino a che venne trovato un gancio a cui impiccarlo, con un cartello appeso al collo «Ero ribelle, questa è la mia fine» era scritto. Ma la fine è un’altra, a Giarnieri venne intitolata la caserma del comando provinciale dei carabinieri di Treviso. Un modo per onorare il tenente ucciso, e insieme a lui i tanti Salvo D’Acquisto che combatterono con la loro divisa per la libertà di tutti.

(testo di Giorgio Sbrissa)

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