No pass nelle piazze del Veneto, Crisanti: «Gente scontenta ma lo Stato debole ha lasciato fare»

Crisanti dopo le manifestazioni di sabato: «Non condivido il metodo ma dovrebbero spingere a riflettere sugli errori fatti fino ad ora»

PADOVA. Hanno sfilato per città e piazze arrabbiati, inneggianti alla “libertà” e, in qualche misura, per la legge dei numeri, potenzialmente contagiosi: a Padova erano 5 mila tra no vax, no pass e no mask. Una manifestazione dai molteplici spunti di riflessione molti fronti. Ne parliamo con il professor Andrea Crisanti direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia Azienda Ospedale Università di Padova.

Professore cosa pensa di queste manifestazioni?

«Credo che dovrebbero far riflettere su tutti gli errori fatti finora, dopo un lockdown che ha imposto sacrifici economici importanti e che ha avuto un grande impatto sulle vite delle persone ed è andato sprecato. Non condivido il metodo, ma capisco la frustrazione: se dopo 18 mesi siamo ancora a questo punto, qualcosa non ha funzionato».

Però cinquemila persone solo a Padova, assembrate e senza mascherina costituiscono un rischio sanitario in questo momento.

«Ripeto, non li giustifico nel modo più assoluto, ma queste manifestazioni sono il risultato dello scontento. Non si è capito che con il lockdown e le zone rosse non si elimina la trasmissione del virus ma si abbatte e si guadagna tempo. Ma tutto è andato sprecato da analfabeti della sanità pubblica: la composizione del Cts non ne giustificava il nome, poiché il Comitato tecnico scientifico era formato da persone che sostenevano che il virus non c’era più. Manifestazioni come queste fanno male, ma lo Stato le ha permesse e tollerate. In Australia le proteste sono state duramente sanzionate, qui le hanno lasciate andare limitandosi a dire: fate la faccia feroce. Se metti divieti devi avere la coerenza di imporli e invece è emerso uno Stato debole. Dopodiché non sono in grado di dire quanto queste manifestazioni faranno crescere il contagio».

Cosa pensa del Green pass?

«Che non è una misura di sanità pubblica ma di persuasione o di coercizione alla vaccinazione di più persone possibili e, viste le condizioni estreme, è politicamente giustificabile. Ma resta un pannicello caldo per persuadere persone di poco spirito».

Lei ha detto che è mortificante che i giovani abbiano bisogno del Green pass per vaccinarsi.

«Al Giffoni ho detto che trovo desolante che i ragazzi decidano di vaccinarsi per andare al bar o al ristorante. Non mi riconosco in questa società, è una questione morale, c’è in ballo il bene comune ed è per quello che si devono vaccinare. Mi sembra che abbiano capito».

Qual è la prospettiva?

«Se continua così in autunno saremo sull’orlo del baratro, quello che non so è se ci cadremo dentro. Ci sono dinamiche importanti che vanno affrontate: dobbiamo ancora capire quanto dura la vaccinazione, chi si infetta, se i fragili andranno tutti vaccinati di nuovo. Porsi questi problemi significa prepararsi e giocare d’anticipo. Io pensavo che sarebbe stato sufficiente spiegare le cose, ma non è così e quindi mi limito a fare il mio lavoro».

Adesso però si sta tracciando molto.

«Si doveva tamponare a maggio e giugno. Sopra i 3.000 casi al giorno l’Italia non è tecnicamente in grado di bloccare la catena di trasmissione».

A cosa sta lavorando?

«Voglio far decollare un progetto di sviluppo dei vaccini per i Paesi con poche risorse economiche. Per questo devono costare poco. Non si affronta una pandemia con un vaccino che richiede due dosi e la catena del freddo sapendo che 1,5 miliardi di persone vivono senza acqua corrente ed elettricità e con un budget di 20 dollari. Come fanno ad acquistare un vaccino che ne costa 18?».

A che punto è?

«Diciamo che sto esplorando varie possibilità».

Come si esce da questa situazione?

«Spero che arriverà l’opportunità di fare piazza pulita di certa politica».

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