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La Regione Veneto coordina tutte le Ulss, da lunedì 26 le sanzioni ai sanitari no vax

Niente doppio tampone né richiamo dalle ferie: reparti accorpati se il personale sanitario scarseggerà

VENEZIA. La Regione rimette in riga i direttori generali delle aziende sanitarie, dettando la linea comune. Entro la fine di questa settimana saranno conclusi gli accertamenti sui sanitari ancora non vaccinati contro il Covid, poi si applicherà la legge. Da lunedì, quindi, scatteranno demansionamenti e sospensioni per quanti sono rimasti immotivatamente esclusi dal giro della profilassi.

«È un obbligo normativo al quale non possiamo sottrarci» hanno detto ieri i tecnici della Regione, nel corso di un incontro con i sindacati. Sempre entro la settimana le aziende sanitarie dovranno ultimare le mappature interne, per individuare le eventuali mansioni a cui destinarsi i sanitari no vax, che riceveranno lo stipendio corrispondente, eventualmente ridotto. Nel caso in cui questo non dovesse essere possibile, si procederà con la sospensione a busta paga azzerata. Del resto, il decreto legge di aprile parla chiaro: chi lavora nella sanità deve vaccinarsi, pena il demansionamento o la sospensione sino a fine anno, in caso di rifiuto immotivato.

«Abbiamo fornito una comunicazione univoca di applicazione piena di quanto previsto dalla normativa» dicono dalla Regione. Niente tampone per i “no vax” ogni 48 ore, come paventato dal direttore generale dell’Usl 3 Edgardo Contato. «Si configurerebbe un danno erariale» evidenzia Ivan Bernini di Cgil. E c’è l’impegno a non ricorrere alla sospensione delle ferie.

La Regione richiama all’ordine le Usl, che volevano muoversi in ordine sparso. Si registrava la relativa accelerata di Treviso (3.695 sanitari non vaccinati) e Belluno (874 “no vax”), pronte a inviare le prime lettere di sospensione nei prossimi giorni. Resta sulla carta il provvedimento simile annunciato dall’Usl del Veneto orientale (722 “no vax”), mentre l’azienda sanitaria veneziana ha assegnato nuovi appuntamenti fino al 5 agosto per consentire ai suoi 2.112 operatori di mettersi in regola. Particolarmente delicata la questione padovana, dove il totale dei “no vax” ammonta a 4.428. Il timore è che, con questi numeri, possano rimanere sguarniti interi reparti. «Serve una riprogrammazione delle attività per permettere ai sanitari di fare le ferie e ai cittadini di accedere alle prestazioni» dicono Ugo Agiollo e Daniele Giordano di Cgil. «Per questo periodo si riduca l’attività non strettamente necessaria, garantendo l’assistenza di base e le specialità più importanti» suggerisce Dario De Rossi di Cisl.

Il sistema sanitario regionale poggia su un fragilissimo equilibrio e potrebbe non reggere alla sottrazione di forze preziose. Negli ospedali veneti, si stima una carenza dei 1.300 medici e 2.500 infermieri, senza considerare gli Oss. Questo, a fronte di 19.852 professionisti non vaccinati, di cui 4.651 del Servizio sanitario regionale. «Non ci sono professionisti in Italia, perché le facoltà a numero chiuso non consentono ai nostri giovani di formarsi. Basti pensare che le case di riposo stanno assumendo operatori dall’Albania e dal Sudamerica. Eppure i lavoratori precari non vengono mai stabilizzati» sbotta Bernini.

Proseguendo: «Quanto ai sanitari non vaccinati, c’è una legge che deve essere applicata. Come possiamo parlare di Green pass, se non riusciamo a sospendere gli operatori “no vax”? Negli ospedali, i rapporti sono sempre più tesi tra quanti, magari non convinti, si sono vaccinati e chi continua a sfuggire alla profilassi. C’è una legge, venga applicata».

È sulla stessa lunghezza d’onda il veneziano Giovanni Leoni, vicepresidente nazionale dei medici. «Siamo in attesa degli elenchi dei non vaccinati da parte delle Usl. Appena li riceveremo, invieremo le lettere di sospensione, affinché i medici non possano esercitare nemmeno in libera professione. La legge parla chiaro. Evidentemente queste persone comprendono soltanto il linguaggio della sanzione pecuniaria. Negli ospedali, accorperemo i servizi».

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