Sudan, l’imprenditore veneziano Zennaro è stato scarcerato

Marco Zennaro a sinistra appena scarcerato

E’ stato trasferito in un hotel e dovrà comunque restare in Sudan per affrontare le varie cause che lo vedono coinvolto. Ecco il riassunto della sua odissea

MESTRE. L’imprenditore italiano Marco Zennaro, in carcere in Sudan da circa due mesi, è stato rilasciato. Zennaro è stato trasferito in un hotel e dovrà comunque restare in Sudan per affrontare le varie cause che lo vedono coinvolto.

La scarcerazione, hanno spiegato fonti della Farnesina, è il frutto di un lungo negoziato costantemente seguito dall’ambasciatore a Khartoum e dal direttore generale Luigi Vignali, che si era già recato in missione in Sudan nelle scorse settimane su indicazione del ministro, Luigi Di Maio.

«Continuiamo a seguire da vicino la situazione», ha assicurato il titolare della Farnesina, confermando che Zennaro «rimarrà in Sudan in attesa degli sviluppi sui contenziosi che lo riguardano». Di Maio ha ringraziato «tutte le strutture del ministero degli Esteri coinvolte, in particolare il nostro ambasciatore in Sudan, Gianluigi Vassallo, che dal primo istante sta seguendo il caso con il massimo impegno, e il direttore generale Luigi Vignali, al quale avevo chiesto nei giorni scorsi di recarsi in missione sul posto».

Due immagini di Marco Zennaro durante la sua prigionia in Sudan

La controversia commerciale è nata da una mancata certificazione di conformità di trasformatori prodotti in Italia e venduti in Sudan, che sarebbe legata all’impiego di alluminio al posto del rame. Un cliente finale, la Sudanese Electricity Distribution Company (Sedc) ha bocciato i trasformatori proprio a causa di questa mancata certificazione.

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Ci sarebbe stato questo dietro l’arresto a Khartoum dell’imprenditore italiano, detenuto dallo scorso 1 aprile a seguito di denunce per truffa presentate dai suoi partner commerciali. La conformità, secondo informazioni fornite dalla famiglia Zennaro, non è stata rilasciata da una società concorrente incaricata di effettuare i test.

È da lì che era sorta una prima disputa tra la Zennaro Electrical Constructions di Marghera (Venezia) e la al-Jalabi (che si trova citata anche come Gelabi o Gallabi) company che aveva sottoscritto un ordine all’impresa italiana e che fungeva da mediatore tra quest’ultima e un’altra società sudanese, la Hightend Multi-Activities Company.

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Questa prima controversia era stata superata con il pagamento da parte di Zennaro di 400 mila euro, ma a quel punto erano state la Hightend Multi-Activities Company, insieme a una terza, la Sheikh El-Din Brothers - che a sua volta aveva acquistato i trasformatori dall’impresa veneta - a consegnare due differenti esposti alle autorità sudanesi ancora contro Zennaro.  

FIRMA LA PETIZIONE PER LA SCARCERAZIONE

Queste due società hanno denunciato per truffa Zennaro chiedendo la restituzione di quanto pagato: un milione 156 mila euro la prima; circa 700 mila la seconda. La presentazione delle denunce, sulla base della legislazione vigente in Sudan, aveva portato all’arresto di Marco Zennaro, amministratore dell’azienda di famiglia, che da marzo si trovava a Khartoum per tentare di risolvere la questione.

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A questo punto le ricostruzioni, almeno in parte differiscono, si complicano e si tingono di giallo anche a causa di circostanze ancora da chiarire. Da una parte ci sono le due aziende sudanesi che chiedono il risarcimento perchè, sostengono, in mancanza della conformità sono inutilizzabili e perchè i trasformatori non sono stati realizzati rispettando le specifiche.

Dall’altra parte c’è la famiglia di Marco Zennaro che ne chiede il rilascio, sottolinea di aver versato 400 mila euro per chiudere il contenzioso, evidenzia che l’accordo commerciale che la riguardava era quello firmato con la al-Jalabi.

In questi mesi la famiglia Zennaro (il padre si trova a Khartoum per seguire da vicino la vicenda) ha denunciato a più riprese le condizioni carcerarie in cui l’imprenditore è stato costretto raccogliendo solidarietà e sostegno in Italia.

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Per risolvere la vicenda fin dall’inizio si sono mossi sia l’ambasciata d’Italia a Khartoum sia la stessa Farnesina (con la visita a Khartoum di Luigi Vignali, direttore generale per gli Italiani all’estero) prestando assistenza, sensibilizzando le competenti autorità sulla necessità di una rapida definizione della posizione del cittadino italiano e chiedendo collaborazione nel miglioramento delle condizioni carcerarie.

L’ultima «spallata» l’aveva data nei giorni scorsi l’ambasciatore Gianluigi Vassallo su istruzioni del ministro Di Maio effettuando «un passo di ferma protesta presso le massime autorità sudanesi» per le «inaccettabili condizioni in cui è recluso il connazionale». Una «spallata» che sembra aver sortito l’effetto sperato.

In questo intreccio, c’è stata anche una morte: quella di Ayman al-Jalabi, annegato durante una gita sul Nilo, nella zona di Soba, insieme ad un gruppo di amici. Ayman al-Jalabi era il direttore esecutivo della società di famiglia che aveva i rapporti con Zennaro, la polizia sudanese non ha legato tra loro le vicende.

«Mio fratello è molto provato, e non può essere diversamente visto che è rinchiuso in una scatola di cemento mentre in Sudan le temperature in questi giorni toccano i 50 gradi», diceva qualche giorno fa ad AGI/InfoAfrica Alvise Zennaro.

«Il 26 maggio - aveva detto ancora Alvise Zennaro - era stato preso in esame il nostro appello, e il giudice aveva emesso la sentenza che ne decretava il rilascio immediato facendo decadere le accuse. Ma mio fratello non aveva fatto in tempo ad uscire che il procuratore aveva accolto un ricorso che ne bloccava il rilascio. Una decisione inspiegabile».

Secondo la famiglia Zennaro inoltre, aver fatto fare i test dei trasformatori a una società privata e di fatto concorrente non era previsto da capitolato ed è stato un errore grossolano che poi ha innescato l’intera vicenda.

La posizione della famiglia di fatto si scontra con quella di chi ha sporto denuncia: «I trasformatori oggetto del contratto erano stati ordinati oltre un anno fa e una volta ricevuti i nostri tecnici avevano subito riscontrato che non erano conformi perchè da accordi stipulati fin dall’inizio avrebbero dovuto avere le condutture interne in rame e non in alluminio», dice a sua volta ad AGI/InfoAfrica Hani Jafar al-Tom, general manager della Hightend.

«Ciononostante, per quattro mesi abbiamo provato a risolvere la questione con le competenti autorità governative e a marzo ci ha provato lo stesso Zennaro, anche lui senza successo. Abbiamo presentato denuncia solo quando è stato chiaro che Zennaro stava provando a lasciare il Paese senza aver preso impegni precisi per trovare una soluzione. A questo punto vogliamo solo indietro i nostri soldi».

Il caso Zennaro giunge in un momento in cui il Paese sta provando a rilanciarsi economicamente in seguito alla fine delle sanzioni economiche statunitensi e all’avvio di una nuova stagione politica.

Un rilancio che deve fare i conti però con gli effetti della pandemia e con una situazione molto difficile condita da un’inflazione galoppante e un disagio sociale crescente. In questo contesto l’Italia nell’ultimo anno aveva fatto passi avanti per sostenere la transizione del Paese, ma certo la detenzione di un imprenditore italiano come Marco Zennaro ha la potenzialità di complicare le modalità di cooperazione e collaborazione.

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