anziani falciati dAl virus e dAll’italica inerzia

Maggioranza silenziosa e silenziata. Non hanno voce gli anziani, malgrado stiano diventando la componente principale della comunità: già oggi in Italia gli over 65 sono uno su tre; fra una ventina d’anni saranno 4 su 10, e gli over 70 raddoppieranno. Ma una società che ha messo al primo posto il criterio dell’utilità li ha zittiti a lungo. E li riscopre solo adesso nel tempo del Covid, ma in negativo: parlando dei morti e dei contagi nelle case di riposo, e presentando pochi quanto gravissimi episodi come lo specchio della realtà, e le residenze come dei lager da bonificare se non da chiudere. Parliamo nella stragrande maggioranza di non autosufficienti colpiti da pluripatologie che né oggi né domani si potranno mai curare in casa, e che hanno bisogno di istituti adeguati per ricettività e attrezzature. Ma su questo fronte scontiamo una pandemia che viene da ben prima del Coronavirus, in cui si mescolano inerzia e retorica. Sono passati 24 anni dalla commissione Onofri del 1997 che doveva farsi carico di una riforma del settore. Un quarto di secolo dopo, rimaniamo agli ultimi posti d’Europa per offerta di servizi residenziali: 18 posti letto per mille over 65, penultimi davanti alla Polonia; i Paesi Bassi, al primo posto, ne hanno 73. Ma siamo indietro anche sul fronte dei servizi domiciliari, scaricando quindi sulle case di riposo compiti impropri: ne beneficiano 6 over 65 su mille, contro i 17 della Svizzera che è la più dotata. Qualcosa finalmente si muove: il Pnrr appena inviato da Draghi a Bruxelles per usufruire dei fondi europei prevede un capitolo di 3 miliardi per la non autosufficienza, da spendere entro il 2023.

Meno della metà di quanto suggerito dal Network di associazioni che si occupano del tema, in una situazione in cui una famiglia su tre ha un anziano non autosufficiente cui provvedere; ma pur sempre il triplo del magro miliardo previsto nella prima stesura dell’esecutivo Conte. Ci sono anche 4 miliardi per l’assistenza domiciliare, ma si tratta di fondi spendibili per periodi limitati e gestiti dalle Usl: risorse frammentate ed episodiche.


Per dare vita a una rete di servizi di qualità, in istituto come in casa, servirebbe un fondo dedicato, come in molti Paesi europei. Così ancora non è. Su questo fronte, l’amara vicenda del Covid deve diventare un punto di non ritorno, a partire dalle case di riposo. La pandemia non ha creato una ferita nuova: ha esasperato una situazione critica che viene da lontano, e che il virus ha aggravato anche dal punto di vista economico, tra calo delle entrate e aumento delle spese. Di fronte al tragico bilancio del settore, non ce la si può cavare tra condoglianze ai familiari e complimenti (o critiche) agli operatori. Deciderà la magistratura sui comunque pochi abusi che ci sono stati. Alla politica compete varare un piano organico che intervenga su più fronti: con fondi adeguati, certo, ma anche con provvedimenti che sciolgano il nodo del turbolento rapporto tra Stato e Regioni, che intervengano su adeguamento retribuzione e formazione del personale, che mettano le case nella condizione di fornire una vera assistenza non un semplice parcheggio terminale. Una scelta nell’interesse di tutti, compresi adulti e giovani di oggi. Gli anziani che saranno, che saremo. —© RIPRODUZIONE RISERVATA



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