A Venezia la “Vetrata Vivarini” ritrova la sua meraviglia d’arte e di luce. E svela il segreto dei putti rossi

Concluso il restauro della cinquecentesca opera di Ss. Giovanni e Paolo diretto dalla Soprintendenza: e non sono mancate le scoperte inattese

VENEZIA. Una Bibbia di vetro, animata dalla luce che l’accende filtrando dall’esterno e irradiando di colori i marmi della basilica di Santi Giovanni e Paolo.
 
Un’opera d’arte potente, nel suo svolgersi di storie e personaggi per oltre cento metri quadrati: immensa, nell’immaginario artistico di chi l’ha disegnata e nella perizia dei maestri del vetro di Murano che la realizzarono, probabilmente sotto la guida del più celebre del tempo, Giannantonio Licinio da Lodi, nel 1510.
 
Ora, dopo 18 mesi di restauro, la cinquecentesca “Vetrata Vivarini” è tornata a splendere. Possente nelle dimensioni (7 metri per 17) eppure delicatissima per materiali e per fattura: ogni volto di Madonna, Santo, Dio, putto, ogni abito, gioiello, spada, sirena, ha ombreggiature sottili e infinite, dalla grande forza pittorica.
 
La fotogalleria
 
 
L’attribuzione del “cartone” alla mano del Vivarini è tuttora un’ipotesi, seppur molto accreditata: ma proprio l’accuratezza dell’intervento e un colpo di fortuna – il riflettersi di un raggio di sole tra le mani dei restauratori, che ha rivelato, in rifrazione, ciò l’occhio non percepiva – ha riportato alla vista immagini prima invisibili. I volti accuratissimi di tutte le figure sono infatti disegnati con la grisaglia, un impasto scuro, fissato per cottura al vetro. In alcuni punti, il passare dei secoli aveva deteriorato le immagini: la grisaglia pittorica si era distaccata, lasciando però impresso nella matrice vitrea il disegno, che quel raggio fortunato ha rivelato.
 
Così, in alto, dentro le figure rosse che circondano il Dio Creatore e delle quali prima si percepiva appena la forma, una certa angolatura della luce ha fatto ora riscoprire la finezza del disegno dei volti degli angioletti, che rimandano proprio al Vivarini: un utile contributo agli storici dell’arte per l’attribuzione dell’opera.
 
 
Nei giorni scorsi, dopo un anno e mezzo di delicati interventi, in cui l’intera vetrata è stata smontata, curata, rinforzata e rimontata, le impalcature sono state tolte. E luce fu. A venti metri d’altezza, tra la Luna e il Sole, Dio Creatore allarga le braccia circondato dai serafini rossi. Ai suoi piedi, il racconto dell’Antico e Nuovo Testamento. Davide e Mosè.
 
L’arcangelo Gabriele ha ricci d’oro e ali color pavone. La Madonna abbraccia un Gesù dai piedini morbidi. C’è Pietro con le sue chiavi. E Paolo. Poi gli evangelisti: il leone per San Marco, naturalmente. I grandi padri della chiesa e i santi domenicani. I Santi Guerrieri, San Giorgio e San Teodoro. Il tutto intessuto da raccordi di putti gioiosi e fregi geometrici dai giochi caleidoscopici. Cima da Conegliano contribuì per le figure della Madonna, di Battista e Pietro, Girolamo Mocetto per la parte inferiore.
 
 
L’intervento è stato finanziato dal ministero della Cultura e curato dalla Soprintendenza di Venezia, diretta da Emanuela Carpani. Direttore dei lavori l’architetto Ilaria Cavaggioni. I restauri assegnati con gara d’appalto all’impresa Sirecon di Diego Perissinotto, che si è presa cura degli antichi vetri: le fessure più piccole sono state legate con il piombo, quelle più grandi sorrette abbinandole a un vetro trasparente. A protezione dalla grandine, non più la vecchia rete metallica che toglieva la luce e, arrugginendo, minacciava la pietra, ma vetri fissati con graffe di ottone e che garantiscono il ricambio d’aria, evitando condense. In questo modo la struttura è forte, ma anche elastica.
 
Chi ha avuto la fortuna di vedere “occhi negli occhi” i protagonisti di questo racconto biblico, le rughe e i sorrisi sui volti, le piume sottili delle ali, i drappeggi in chiaroscuro, persino la vezzosa veste a pois gialli di un putto, ne è rimasto conquistato. Presto, foto ad alta definizione su un monitor mostreranno ai visitatori l’opera e tutti i suoi particolari. —
 
 
 
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