Variante inglese al 56 per cento e indice di contagio in risalita: ecco perchè il Veneto rischia l'arancione

Impennata di nuovi casi ogni 100mila abitanti in 7 giorni: Padova vicina a quota 200 .A 250 lo stop alle scuole. Palumbo: «Sarebbe un colpo per il morale». Tutti i dati per provincia degli indici di contagio nelle ultime quattro settimane

VENEZIA. Da una parte l’incidenza dei nuovi casi su 100mila abitanti registrati nell’arco di sette giorni che segna un’impennata progressiva nelle ultime quattro settimane arrivando ampiamente a superare quota 100 in tutte le province con Padova vicina a 200.

Dall’altra una percentuale che esprime la diffusione della variante inglese più alta (anche se di poco) della media nazionale. Il 56,5% dei contagi in Veneto è da attribuire – dice lo studio presentato martedì scorso da Istituto superiore di sanità, ministero della Salute e Fondazione Bruno Kessler – alla variante inglese. Il dato medio nazionale è del 54 per cento.

QUI LA TABELLA CON L'INDICE DI CONTAGIO PER PROVINCIA

Nasce da qui la preoccupazione espressa ieri dal presidente della Regione Luca Zaia e incrocia il possibile passaggio in zona arancione del Veneto con i divieti relativi ma anche l’onere, secondo quanto stabilito dal governo Draghi, di disporre la chiusura delle scuole nel caso in cui si dovessero superare i 250 nuovi casi ogni 100mila abitanti in sette giorni.

L’ANDAMENTO

La pervasività della variante inglese apre uno scenario di crescita esponenziale dei contagi mettendo in discussione libertà e aperture. Insieme all’aumento dell’indice Rt (ovvero il parametro che determina il colore delle regioni) verso l’unità c’è la progressiva scalata dell’incidenza dei nuovi casi sulla popolazione.

La velocità con cui il virus si trasmette sta salendo in modo netto. La provincia di Padova, con 198 casi ogni 100mila abitanti nell’ultima settimana, è oramai prossima al valore definito dal Cts per la chiusura delle scuole, ovvero 250 casi per 100mila abitanti sempre in sette giorni.

Alta è l’incidenza anche nel Rodigino (171,4) seguono le province di Treviso (153,5), Venezia (147,9), Vicenza (140,3), Belluno (139,6) e Verona (129). Solo a inizio febbraio i valori erano ovunque sotto quota 100 con l’unica eccezione del Padovano (113 casi per 100mila abitanti).

Nel Bellunese c’è stato un raddoppio dell’incidenza, ma la curva cresce in generale in modo rapido in tutte le province. E con il diffondersi della variante inglese e una campagna vaccinale che stenta a decollare la progressione rischia di essere non più governabile.

il nodo scuola

In questo contesto, l’alta incidenza che ha l’apertura delle scuole sugli spostamenti può essere una variabile impazzita. «Sulla scuola avrei fatto un fermo prudenziale» ha sottolineato Zaia relativamente al nuovo Dpcm. Con ogni probabilità, a meno di un passaggio in zona rossa, sarà invece una decisione che passerà da palazzo Balbi. Al punto che la Regione ha deciso di avviare un monitoraggio dell’incidenza a livello comunale per intervenire eventualmente «in modo più chirurgico».

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scelta dolorosa


Al momento il Veneto non ha numeri tali da rendere necessaria la chiusura delle scuole se non per casi isolati. «Focolai veri e propri sono quelli che si sono registrati nell’Alta Padovana, a Farra di Soligo e nel Veneziano alla scuola elementare di Malcontenta, ma la situazione è ancora abbastanza gestibile» sottolinea Carmela Palumbo, direttrice dell’Ufficio scolastico regionale. «Guardando ai parametri inseriti nell’ultimo Dpcm, il Veneto al momento non ha il requisito per una chiusura generalizzata. Certo, il quadro va oltre a ciò che accade nelle scuole e la competenza, non a caso, è della Regione che ha un quadro epidemiologico completo sull’andamento della pandemia».

Attualmente la didattica a distanza è al 50% nelle scuole superiori con criteri di rotazione, mentre le scuole del primo ciclo sono tutte in presenza. «Dal punto di vista tecnico la scuola è pronta a una eventuale chiusura» conclude Palumbo. «Il problema può diventare, però, la tenuta morale. Siamo una delle regioni che di più è riuscita a tenere le scuole in presenza, ma sarebbe complicato sostenere un nuovo stop dal punto di vista psicologico». —

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