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Salgono a dieci i ceppi di Covid in Veneto, ecco lo studio dello Zooprofilattico

Nelle ultime settimane è stata effettuata la sequenza del genoma completo di 8 ceppi Sars CoV-2 identificati nelle province di Vicenza e Treviso tra il 2 e il 21 dicembre

VENEZIA. Da Novembre in Veneto sono state identificate 10 varianti del virus Sars CoV-2. L'istituto Sperimentale Zooprofilattico delle Venezie sta monitorando le caratteristiche e la variabilità dei ceppi del virus, su mandato della Regione Veneto.

DISTRIBUZIONI DELLE DIVERSE VARIANTI PER MESE IN ITALIA

Nelle ultime settimane è stata effettuata la sequenza del genoma completo di 8 ceppi identificati nelle province di Vicenza e Treviso tra il 2 e il 21 dicembre, per un totale di 53 campioni analizzati da novembre. Due erano stati identificato in precedenza e quindi il totale sale a 10.

Cinque degli otto casi analizzati riguardavano persone provenienti dal Regno Unito. Lo Zooprofilattico di Legnaro, in provincia di Padova sottoliena che il numero di campioni sequenziati ad oggi dall’IZSVe è limitato rispetto al numero di casi positivi in Veneto e fornisce solo un’istantanea parziale delle possibili varianti circolanti nel territorio.

Nessuna delle varianti isolate finora in Veneto appartiene a quella isolata in sud Africa.

I virus identificati appartenenti alla “variante inglese” e presentano tutte le 17 mutazioni caratteristiche di tale variante, inclusa la mutazione  nel sito di legame al recettore della proteina Spike.

NUOVA VARIANTE ANCHE IN GERMANIA, DANIMARCA E CALIFORNIA

Il virus continua a mutare: all'indomani di una nuova variante identificata in Germania, in California compare la variante L452R, in circolazione dal dicembre scorso e nata nel marzo 2020 in Danimarca. Sono le ultime arrivate dopo le varianti inglese, australiana e brasiliana e riuscire a capire quale effetto potranno avere sui vaccini è la nuova sfida.

Per questo si moltiplicano gli appelli della comunità scientifica per avviare programmi nazionali che raccolgano le sequenze genetiche del virus e delle sue varianti in circolazione. Alle tante voci si è aggiunta quella del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc), per il quale «è cruciale continuare con la sorveglianza, anche con una raccolta mirata di campioni, per rilevare la presenza di varianti».

Si è detto preoccupato per le varianti anche l'epidemiologo Michael Osterholm, appena nominato consigliere del presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden, nel comitato speciale per la lotta alla pandemia. Ad ora sono 222 le mutazioni finora identificate sulla proteina Spike, utilizzata dal virus Sars-CoV-2 per aggredire le cellule umane, e sono circa 94 quelle del rivestimento del virus.

Tra le varianti, a preoccupare è soprattutto quella brasiliana, che «ha evidentemente portato a un cospicuo incremento dei casi nei luoghi della sua identificazione» e a causa della quale «si sono già manifestate infezioni in soggetti che avevano già contratto Covid-19 nei mesi scorsi», osservano il farmacologo Carlo Centemeri, della Lorenzini Medical Foundation MI-NY, e il virologo Francesco Broccolo, dell'Università di Milano Bicocca. «Le varianti brasiliane - aggiungono - sono in realtà due: la P.1 (K417N / E484K / N501Y) e la B.1.1.28 (E484K). Entrambe hanno una mutazione, la E484K, che permette al virus di evadere gran parte della risposta anticorpale: sono quelle che più preoccupano».

Secondo i due esperti «è proprio l'alta prevalenza che induce il virus a mutare per continuare a diffondersi. Ci sono ceppi indipendenti che mutano allo stesso modo: il virus sta adottando uno stesso percorso perché è quello più vantaggioso».

Secondo Centemeri e Broccolo, inoltre, «è ipotizzabile che sia necessario adattare sia le terapie basate sugli anticorpi monoclonali sia i vaccini in fase di somministrazione nei vari Paesi. Fortunatamente - osservano - abbiamo oggi le tecnologie per attuare questo in tempi ragionevolmente brevi; per esempio, quelli sintetici basati sull' RNA messaggero che stiamo utilizzando attualmente in Italia possono essere rimodulati nel giro di un paio di mesi».

Domandarsi quale effetto le varianti del Sars-CoV-2 potranno avere sui vaccini «è una delle maggiori sfide cui la comunità scientifica è chiamata a rispondere», anche per Ettore Capoluongo, ordinario di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica dell'Università Federico II di Napoli, membro della Task Force Covid19 del Ceinge- Biotecnologie avanzate di Napoli e componente del gruppo di esperti Expamed (Expert panel on medical devices and in vitro diagnostics) della Commissione Europea.

«L'elevata variabilità riscontrata negli isolati del virus SarsCoV2 - rileva - rende necessario farci capire se tali varianti abbiano un ruolo nella patogenicità del virus, sia per meglio comprendere i meccanismi di infezione che per favorire lo sviluppo di nuove terapie e vaccini».

Per questo è importante individuare le varianti, ma «è indubbio come finora, anche in Italia, gli sforzi destinati all'analisi di sequenziamento del virus SarsCoV2 non abbiano seguito programmi sistematici e strutturati di tracciabilità dell'evoluzione del virus sui campioni biologici analizzati nelle diverse aree del Paese: abbiamo effettuato milioni di tamponi in Italia, con un numero limitato di sequenziamenti».

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