Coronavirus, la storia si è capovolta: i Veneti "peggio" dei cani 

Financo i cani sono riusciti a riscattarsi dallo stigma sociale: dai bar ai negozi entrano quasi dovunque, addirittura godono di spiagge dedicate. Per i derelitti veneti, niente di tutto questo

VENEZIA. I cinesi siamo noi. “Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi”, ammonivano a fine Ottocento le perentorie scritte collocate all’ingresso dei bar  di Shanghai frequentati dagli occidentali, ai tempi delle concessioni straniere.
 
“Vietato l’ingresso ai veneti”, è l’editto che rimbalza oggi da diversi punti della penisola, e perfino dall’estero: il virus che arriva dall’Oriente ha revisionato le categorie dei paria, assegnando il ruolo dei reietti agli inquilini delle terre di san Marco.
 
Financo i cani sono riusciti a riscattarsi dallo stigma sociale: dai bar ai negozi entrano quasi dovunque, addirittura godono di spiagge dedicate. Per i derelitti veneti, niente di tutto questo: nessuna pietà per i Bepi e per i Toni, che tornino a casa loro.
       
Suona come un’amara legge del contrappasso: “Fóra i teróni dal Veneto!”, intimava uno slogan della prima Liga, a metà anni Ottanta. Neanche quarant’anni dopo, si è capovolto: “Veneti, iatevénne!”, rispondono oggi da Ischia; e per far revocare l’interdetto c’è voluto un intervento del prefetto.
 
Anche qui, con un contrappunto storico: non erano stati proprio i pasdaràn leghisti, a suo tempo, a invocare “via i prefetti”? Sta proprio tirando una brutta aria, se la risposta ai “polentoni” che sale dal Sud fa un salto di intensità arrivando fino ai respingimenti: fin qui, il massimo della polemica di ritorno era stata quella dei tifosi di calcio del Napoli, che a uno squallido “Forza Vesuvio” lanciato dagli spalti del Verona avevano risposto, nella gara di ritorno, con un beffardo “Giulietta è ‘na zoccola”…
 
Brutto affare davvero. In fondo, abbiamo un glorioso passato alle spalle: la Serenissima sarà stata anche indigesta, ma la sua gente era rispettata e riverita. Con una sola eccezione, a dire il vero: cinquecento fa, ai tempi della Lega di Cambrai, con mezzo mondo coalizzato contro Venezia, tra i soldati di quella “grosse koalition” girava lo slogan “móra móra viniciani, móra ‘sti arabiàti cani”; che crepino questi cani di veneziani.
 
Ma anche dopo il declino della Dominante, e fino ai giorni nostri, dei veneti al massimo si parlava per sfotterli: ricordate la servetta nera della pubblicità di un vecchio Carosello che parlava in veneto, “comandi parón”, o la più recente pubblicità “l’uomo è fatto d’acqua al 65 per cento, il veneto anche di luppolo”? Per non parlare dell’equazione “veneto uguale popolo de imbriagóni”? Tutto finito: adesso stiamo antipatici e basta, siamo noi i nuovi untori della peste che terrorizza l’Occidente.
 
Toccherà attrezzarsi, con tanto di documento da esibire alle nuove frontiere dettate dal perfido virus. E saranno avvantaggiati i venetisti che da tempo hanno provveduto a varare un simil-passaporto, con regolamentare leone marciano in copertina: come quello rilasciato dal Clnv attraverso il “Registro genti venete”, o dal presidente dello Stato veneto nella duplice variante “ordinario” e “diplomatico”.
 
Ma il rischio è che esibendolo si venga perentoriamente respinti; meglio allenarsi a parlare un corretto italiano in pura versione dantesca, eliminando ogni inflessione dialettale e stando attenti a non infilare nel discorso uno “schèi” o un “ciò, mona”, altrimenti si viene sgamàti.
 
E pensare che secoli fa il venetissimo Marco Polo con relativi zii arrivò in Cina dritto come un fuso senza bisogno di esibire neppure la carta d’identità…
 
Sta di fatto che volevamo fare i primi della classe in Italia, per colpa del virus siamo diventati gli ultimi. Un tempo nelle aree di lingua tedesca venivano affissi i cartelli “kein Eintraung Italiener”, entrata proibita agli italiani; oggi le altre regioni sono sdoganate, e siamo rimasti solo noi. Assieme alla Lombardia, d’accordo; ma è magra consolazione.
 
Pure qui, con una piccola beffa della storia, che sembra voler ripristinare in chiave cinese i passaporti rilasciati dall’Austria di Cecco Beppe agli abitanti del Lombardo-Veneto. A riprova che contro il virus, assieme al vaccino medico, urge individuarne uno per la ragione.
 
Per non dover mestamente dare ragione a quella malalingua di Leo Longanesi, quando mezzo secolo fa segnalava che “essere intelligenti non è un obbligo”.
 
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