Autonomia, se i veneti scendono in piazza come i catalani

Bisogna aprire una stagione in cui discutere di riforma e forma dello stato in chiave federalista non sia più un tabù

La rivoluzione non è un pranzo di gala. E neppure l’autonomia. Addossare un processo di portata storica esclusivamente sulle spalle dei leader politici che malgrado i ritardi e gli abbagli - il secessionismo per tutti - l’hanno condotto fin qui sarebbe l’unico modo per farlo naufragare. Se c’è un modello al quale ispirarsi, non sul fine ma sul metodo, è quello catalano. Le manifestazioni di popolo a favore dell’indipendenza sono diventate un fatto di costume.

Un’espressione “prepolitica”, avrebbe detto un federalista della prima ora come Giorgio Lago, che se fosse tra noi solleciterebbe i veneti a scendere in piazza per rivendicare un traguardo che attiene a uno dei diritti più sacri di ogni democrazia: l’autodeterminazione.

Lago lo scriveva nel lontano 1996: «Il Nordest è oggi federalista: qui nessuno può fare politica senza partire da questa premessa. Il suo federalismo unionista, buono per il Nord quanto per il Sud, ha solo due nemici: Roma e la Padania. Il Nordest si sente solo nel proporre una terza Italia né centrale né separata ma in grado di far esplodere l’enorme potenziale a disposizione dei territori».


In cinque righe sono condensate una serie di buone ragioni con le quali contraddire le tante fesserie propalate dagli antifederalisti - molti governatori del Sud in primis - che come un war games sembrano spuntare da ogni parte.

Il succo dell’autonomia differenziata sta proprio qui: aprire una stagione in cui discutere di riforma e forma dello stato in chiave federalista non sia più un tabù, introducendo forti dosi di sussidiarietà. Perché ciò accada è necessario che i veneti si facciano carico di un destino iscritto nella loro storia e nel loro Dna.

San Marco, i mille anni della Serenissima, l’annessione truffa del 1866 sono ormai pagine di storia patria. Da questa storia si deve spremere l’energia necessaria per ribadire al resto del Paese che l’autonomia è tutt’altro che è una subdola manovra separatista.

È l’unico modo offerto dalla Costituzione per tenere insieme un Paese che dal ‘48 in poi ha prodotto un sistema sempre più disuguale. Sottrarre a Roma, protagonista di un fallimento rovinoso, per aggiungere alle regioni e ai Comuni, le amministrazioni più vicine ai cittadini.

Ci credono i veneti, ai quali tutti giustamente attribuiscono la primogenitura del sentimento federalista? Bene, organizzino una grande manifestazione di popolo sul modello dell’ultima in ordine di tempo che si è svolta in Catalogna nel febbraio scorso: 200 mila cittadini per le strade di Barcellona hanno chiesto pacificamente di liberare i leader arrestati (con buona pace di chi paventava una guerra civile). Manifestare, protestare, rivendicare, ecco altri verbi fondanti della democrazia e del civismo.

Negli ultimi sei mesi in Italia l’hanno fatto i sì Tav a Torino, i no Raggi a Roma, i pacifisti pro immigrazione a Milano. Fiumi di popolo sorridenti e variopinti che ululavano in nome e per conto della loro missione.

Ora tocca ai veneti. —

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