Fatturato a -30%, se scagionata l’azienda chiederà i danni

TRISSINO. Per Miteni il ciclone Pfas ha rappresentato una mazzata micidiale tanto che gli azionisti tedeschi di International Chemical Investitors Group starebbero seriamente valutando l’opportunità...

TRISSINO. Per Miteni il ciclone Pfas ha rappresentato una mazzata micidiale tanto che gli azionisti tedeschi di International Chemical Investitors Group starebbero seriamente valutando l’opportunità di proseguire l’attività. Sul mercato la domanda non manca - favorita dall’esiguità dei poli di settore altamente specializzati - ma il crollo della «reputation» ha causato un brusco calo di clienti, tanto che in un anno il fatturato è sceso da una trentina a circa venti milioni di euro. L’insidia più grave, tuttavia, è rappresentata dalle banche, lestissime - come al solito - nel chiudere il rubinetto del credito alle prime avvisaglie di difficoltà. Tant’è. L’amministratore delegato Antonio Nardone è deciso a non mollare l’osso («Sono qui per lavorare alla crescita non certo per staccare la spina») e le novità nelle ricerche della fonte inquinante - i fatidici sacchi interrati sull’argine una trentina d’anni fa - inducono l’azienda a confidare in un proscioglimento dall’accusa più grave, quella di inquinamento ambientale, risalente - è il sospetto - alla stagione di Rimar, la società fondata da Giannino Marzotto. Certo, le incognite restano numerose, a cominciare dall’accertamento delle responsabilità dirette e delle eventuali omissioni successive. Un puzzle complicato da una circostanza che riguarda l’attuale presidente di Miteni, l’irlandese Brian Anthony McGlyn; già nel 2008 - un anno prima del passaggio di proprietà del polo di Trissino dai giapponesi Mitubishi alla germanica Icig - il manager ricopriva l’incarico di consigliere delegato di Miteni, tanto da risultare indagato nell’inchiesta avviata dalla Procura di Vicenza, al pari del successore, l’attuale ad Nardone.

L’interrogativo: Mitsubishi ha fornito all’acquirente tedesco tutte le informazioni in suo possesso riguardanti l’impatto ambientale della produzione? E ancora: i suoi vertici avevano un qualche sentore dei veleni annidati nel sottosuolo? «La richiesta di analisi ambientali sul sito è stata fatta da Mitsubishi e non da Miteni, come risulta dai contratti e dai documenti», precisa il colosso giapponese nell’unica nota diffusa sull’argomento. L’affermazione che genera ulteriori dubbi e che chiama in causa il top managerl McGlyn, sorta di anello di congiunzione tra i due assetti proprietari. Al momento Miteni non ha formalizzato alcune azione legale e forse proprio il ruolo svolto dall’irlandese rappresenta un fattore frenante: «All’accertamento di eventuali responsabilità contrattuali pregresse stanno lavorando quattro studi legali e ci attendiamo un elemento decisivo di verità dall’autorità giudiziaria», è il lapidario commento raccolto a Trissino.

Filippo Tosatto

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