L’editoriale del direttore / La sfida della politica dal vocabolario all’enciclopedia

A Padova abbiamo assistito a una campagna elettorale diversa da quelle precedenti: più binaria, centrata sui due primi favoriti, senza quel terzo polo forte e insidioso che invece aveva caratterizzato le due consultazioni precedenti. È scomparso il polo civico. O meglio, il civismo è stato assorbito ed è diventato normale

Quale parola, tra “diritto” e “dovere”, segna di più il tuo rapporto con le elezioni? Che cosa ti spinge a partecipare alla democrazia, ad accantonare le delusioni che hai provato e quelle che già sai che arriveranno? Perché voti?

Se le persone e i contenuti sono le due coordinate di riferimento del nostro assetto di cittadini, la mia sensazione è che abbiamo assistito a una campagna elettorale sbilanciata verso le persone. «Voto la persona» è una delle frasi che ascoltiamo più spesso; e peraltro funziona, nel Veneto di un Luca Zaia votato anche al centro e a sinistra. Il cittadino, sempre più avvezzo al voto disgiunto, va alle urne con in mente pochi elementi basici. Il volto di chi si candida, la sua storia extra politica, qualche parola d’ordine pronunciata con più convinzione (in realtà, più della convinzione, a pagare sono la frequenza e l’insistenza). Per scegliere il sindaco, se le tue opinioni non sono già iscritte a uno schieramento, contano fattori leggeri. Contano la sincerità e la capacità di far sognare un po’; conta il numero delle strette di mano, la capillarità della presenza nei quartieri, il sorriso al banco del mercato o tra i genitori in un parco giochi. Conta il giudizio o il consiglio che un giorno ti ha dato un amico affidabile; oppure l’incontro fugace con una delle persone candidate, l’impressione che ti ha fatto. Ecco, quella che viviamo _ e della quale siamo responsabili e complici _ è una politica impressionista. Una pennellata e via. Alcuni concetti, che di per sé sono bellissimi, stanno diventando vaghi, poco densi e quindi velleitari: resilienza, inclusività, sostenibilità… Poi ci sono le semplificazioni: smart city, green city, città bostoniana, boh. Chi di voi ha letto davvero i programmi elettorali?

A Padova abbiamo assistito a una campagna elettorale diversa da quelle precedenti: più binaria, centrata sui due primi favoriti, senza quel terzo polo forte e insidioso che invece aveva caratterizzato le due consultazioni precedenti. È scomparso il polo civico. O meglio, il civismo è stato assorbito ed è diventato normale; tutti oggi sono civici, o quasi. Nel frattempo quello dell’astensionismo è a ogni effetto un partito leader, punta alla maggioranza assoluta. Diventiamo tutti, desolatamente, più a stelle e strisce. E non è un paragone lusinghiero: le percentuali dei votanti crollano e tendiamo a disinteressarci dell’amministrazione della cosa pubblica. La politica professionale, sotto sotto, lo gradisce: una platea più ristretta è anche più motivata e con lei si parla meglio, le quote da conquistare diventano più decisive. Ogni episodio è cruciale, ogni gruppo di opinione può incidere. Stringi un’altra mano e fai un altro sorriso davanti alle casse delle melanzane: potrebbe essere quello che ti fa vincere.

Non c’è stato il confronto diretto tra i candidati, chiesto a gran voce da Francesco Peghin (che in questo aveva le sue ragioni), negato da un Sergio Giordani forte di sondaggi e sensazioni di vantaggio. Ma a un certo punto questa storia del confronto pubblico è sembrata diventare l’unica priorità o quasi, il tema battente. Siamo proprio sicuri che lo fosse? Magari si poteva puntare su altro. Padova va al voto in una situazione davvero particolare: le previsioni meteo dei finanziamenti annunciano una benefica pioggia di soldi sulla città, soldi da spendere e investire al meglio, alla grande riprova delle tempistiche, delle modalità, dell’efficienza e della morale. È la Grande Occasione, non accade ogni volta e questo apre il sipario su scelte che segnano epoche: la stazione, il tram che si estenda anche a territori eterocomunali, il riassetto urbanistico di interi quartieri. Abbiamo visto scaramucce, e va bene. Ma anche un’ultima caduta di stile, sul palco del centrodestra, con una mossa irridente di pessimo gusto nei confronti dell’avversario: non fa onore agli autori. Abbiamo visto molti sondaggi, molti spin doctor e molti rendering: niente contro di loro, ma si rammenti che si tratta di strumenti, anche molto utili, e non di sostanza assoluta. A un certo punto, nelle ultime settimane, si è cominciato a parlare anche di un esito al primo turno: sarebbe abbastanza clamoroso (non accade da Zanonato 2004), tra poche ore vedremo.

Dove si giocherà la partita? Si giocherà dappertutto. Perché, come abbiamo detto, le quote dei votanti, atrofizzandosi, trasformeranno ogni spiffero in un vento vero. All’Arcella, come sempre, il voto sarà decisivo: anche solo per numeri, ma non solo per quelli. È una delle poche aree dove il dibattito sulla parola “sicurezza” ha ancora una percezione significativa: forse non è più un nervo scoperto ma resta un nervo teso. L’Arcella però sfugge a una narrazione soltanto dark: è anche un quadrante emergente, vagamente berlinese, dove colori, integrazione e progetti sociali sembrano avere degli orizzonti.

Il nuovo sindaco governerà una città che dovrà inserire più contenuti di merito al posto degli aggettivi facili. In un certo senso, dovrà tenere a portata di mano il vocabolario ma aprire anche l’enciclopedia. —

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