Dizionario letterario della moda

La giacca blu di mia madre e la ‘ngignata

Rubata a una madre che appena cominciava a ritrovare la sua vanità e ancora giovane, a 37 anni, tornava finalmente a vivere dopo gli anni difficili del divorzio e della morte del marito. La giacca motivo di una ‘ngignata è al centro del personalissimo racconto inedito della pluripremiata autrice che oggi inaugura il nostro Dizionario letterario della moda
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Intorno alla giacca blu di mia madre si consumò la prima volta in cui le mi apparve frivola, portandomi una collera nuova: io, solo io, avevo diritto di essere vanitosa. Ero io ad avere sedici anni, io a flirtare, io ad andare al liceo, io io e poi io a dovere brillare. Io che fino all’anno prima ero stata magra, bruttina e piena di complessi e poi a un certo punto mi ero messa a fiorire per dispetto a una preadolescenza ingrata. Era successo tutto in un’estate, poco prima di andare al mare avevo tolto gli occhiali e messo le lenti a contatto, avevo tolto l’apparecchio e cominciato a sorridere, la mia gracilità scheletrica si era trasformata in una magrezza atletica, lunghe gambe sottili ma ben tornite dalla pallavolo e dal nuoto, un piccolo seno rotondo, fianchetti e sedere che riempivano i jeans. Nulla più mi cascava addosso come fossi una gruccia, tutto mi vestiva alla perfezione. La mia taglia non esisteva, la mia taglia erano tutte le taglie: potevo indossare ancora gli smilzi pantaloncini di quando ero ragazzina e potevo rubare a mia madre le sue camicie abbondanti legandole in vita, sopra l’ombelico, potevo usare i suoi foulard per tenermi i capelli mentre i maglioncini che a lei andavano stretti mi cascavano sdruciti e abbondanti sopra i jeans. Ero alta, magra, con accenni di curve e lunghi ricci neri, ero al primo anno di liceo dopo anni di ingobbimento in cui mi ero nascosta dietro i libri del ginnasio e mi sentivo onnipotente.

Quanto a mia madre, che con fatica da sola mi tirava su e badava alla mia educazione e ai miei sogni, con altrettanta fatica e scelte a volte per me incomprensibili cercava di non abbandonare i suoi, di sogni: inseguiva il lavoro che le piaceva e, a poco a poco che fiorivo, cominciava a ritrovare anche lei la sua vanità. Era bassa, rotonda e mediterranea come sempre, ma la sua pelle ritrovava freschezza e il suo sguardo sensualità: aveva trentasette anni e sembrava persino più piccola, tornava finalmente a vivere dopo gli anni difficili del divorzio e della morte di mio padre. Inoltre – oggi riesco a vederlo nitidamente – era anche sollevata dal fatto che “la bambina” non fosse più tanto bambina, non dipendesse più da lei notte e giorno, avesse i suoi amici e i suoi giri e le lasciasse un po’ di tempo libero. Insomma, le adolescenti in quella casa erano due.

L’adolescente mamma lasciava il suo armadio aperto, con libero accesso. Sorrideva nel vedere l’adolescente figlia indossare i suoi capi, e raccontava al telefono alle amiche: come stanno bene le mie cose indosso a mia figlia, mi fa così impressione e felicità guardarla.

Per il resto del tempo, mia madre e io litigavamo. Furiosamente, come accade nell’adolescenza, a maggior ragione considerato che si trattava di un’adolescenza raddoppiata e che non c’era nessun altro in casa. Vivere in due significa sempre diventare una specie di coppia, creare un equilibrio anche sui silenzi, sui dolori condivisi e mai realmente emersi. Vivere in due durante due adolescenze significa che quei silenzi da un momento all’altro possono trasformarsi in urla e pianti, perché la vita si concentra tutta là.

Solo su un capo d’abbigliamento mia madre s’impuntò: no, questa voglio metterla prima io. In dialetto messinese, indossare per la prima volta qualcosa si dice ‘ngignare, letteralmente incignare, diventare un cigno. Il blu era l’unico colore che avevamo in comune (lei ha sempre amato i beige e i marroni, io il nero e i toni brillanti), e quella giacca, evidentemente più costosa dei capi che di solito potevamo permetterci, diventò subito oggetto del mio desiderio proibito. Tornai alla carica diverse volte, ma la risposta era sempre la stessa: no, la ‘ngignata, l’incignata, per una volta toccava a mia madre. Intanto, passavano le settimane e la giacca restava sempre lì, intonsa e appetibile con il suo cartellino appeso.

Non ricordo neppure quale fu l’occasione. Non una festa, non un giorno particolare, probabilmente solo un sabato sera come tanti. Il chiodo fisso non se ne andava, e poi in fondo mia madre mi amava, mi avrebbe perdonata, cosa importava di una giacca? Non ricordo se non la soddisfazione strappando l’etichetta, cercando la felicità e sentendomi un po’ sporca. Di certo non mi godetti la serata. Una volta rientrata, restituii di soppiatto la giacca blu all’armadio di mia madre: uguale a prima, ma senza cartellino. Le avevo soffiato la ‘ngignata.

Ciò che ricordo bene è lo sguardo di mia madre quando il giorno dopo se ne accorse. Non era arrabbiata, era qualcosa di diverso. Le bruciavano gli occhi come se trattenesse le lacrime. Ero abbastanza grande per capire che quella ragazza che lavorava notte e giorno, che avrebbe dato la vita per me e che in un certo senso l’aveva già data si era regalata un piccolo sogno: più ancora che indossare la giacca le piaceva tenerlo nell’armadio, gustandosi il momento giusto per farlo. Per questa ragione rimandava il giorno in cui, finalmente, si sarebbe sentita un cigno e non solo una madre single con figlia e casa sulle spalle. Non ci furono liti né urla quel giorno.

Nessuna di noi due indossò più volentieri la giacca blu, dopo qualche anno la demmo via senza averne mai davvero sfruttato l’incantesimo. Quanto a me, imparai una di quelle cose che possiamo imparare solo per sbaglio, mentre procediamo a tentoni nella vita e mentre guardiamo l’infinitamente grande inciampiamo proprio sull’infinitamente piccolo, una verità non moralista ma morale che non saprei dire in altro modo se non con questo racconto.

L'autrice

Nadia Terranova (Messina, 1978), si è laureata in filosofia e si è dottorata in storia moderna e vive a Roma. Collabora con diverse testate e tiene regolarmente laboratori di scrittura in scuole, librerie e biblioteche. È stata finalista del Premio Strega nel 2019 con Addio fantasmi. Con Mondadori Ragazzi ha pubblicato Casca il mondo.

Il suo ultimo libro è per ragazzi dagli 11 anni in su: Il segreto (Mondadori Contemporanea, 17 euro), un romanzo in cui la sua penna toccante e poetica viene accompagnata dalle illustrazioni di Mara Cerri per raccontare con delicatezza la scoperta di sé con un tocco di realismo magico. Adele ha 11 anni, una nonna che adora e compagne di classe con nomi di fiori: Iris, Dalia, Rosa e Margherita. Ma ha anche un grande segreto che la fa soffrire. La nonna, allora, le suggerisce di andare in giardino, scavare una buca, confidarlo alla terra, e poi ricoprirla, così se ne libererà, come se piantasse un seme. Adele segue il consiglio e, da quel giorno, nel giardino della nonna, nel punto in cui ha piantato il suo segreto, nasce un mondo sotterraneo: un ragazzo della sua età e strane creature prendono vita, a volte più reali, a volte fantasmatiche, pronte ad aiutare Adele nel suo viaggio nel mondo.