AVRÒ CURA DI TE
Una piccola storia ignobile
AVRÒ CURA DI TE

Una piccola storia ignobile

Se la paura di essere tagliati fuori spaventa più di una malattia

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Vi voglio raccontare una storia, una piccola storia ignobile direbbe Francesco Guccini. Ve la racconto non per lei, che tanto lei ormai è morta e che cosa vuoi che gliene importi se qualcuno lo scrive sul giornale. È morta in un giorno caldissimo di questa estate caldissima davanti al portone del palazzo dove abitava. È stata soccorsa subito, ma non è servito. Il suo cuore ha ceduto, si è spezzato in modo irreparabile: quando è arrivata in ospedale era già morta. Lei che in ospedale non c’era mai voluta andare. Eppure lo sapeva che il suo cuore avrebbe avuto bisogno di manutenzione. Glielo avevano detto che avrebbe dovuto curarsi, farsi operare. Forse doveva farsi mettere un bypass, o un pace-maker, qualcosa che sistemasse i suoi battiti, li rendesse più regolari, chissà. In quel modo avrebbe potuto rubare alla vita ancora un po’ di anni. 
Era giovane, questa donna che chiameremo Gemma, avrà avuto un sessantina d’anni, forse anche meno. Chiunque alla sua età si sarebbe fatto ricoverare, sarebbe andato in una sala operatoria, sarebbe stato accudito e poi dimesso. Ma Gemma non poteva, e non perché avesse paura. Era una persona coraggiosa e anche molto battagliera. Da un po’ di tempo viveva con un ragazzo giovane, facevano la spesa, sedevano al bar. Gemma portava i capelli legati sopra la testa e d’estate un ventaglio da cui non si separava mai. Lui era scontroso, ma le stava sempre accanto, in silenzio. Chissà dove è andato adesso che Gemma è morta. Il palazzo dove abitavano è quello dove abito io e lui da allora non lo vedo più. Certe volte mi arrabbio con chi vorrebbe che usassimo parole esatte per ogni modo di vivere e si ostina a correggere chi, come me, preferisce l’inerzia della lingua e la sua fallacia. Una lingua ricca proprio perché stratificata, multi-significante, contro la quale lanciarsi a corpo morto. Refrattaria all’identità e dedita al gioco, ai rovesciamenti, alle capriole. Mi pare più allegro che non doversi infilare ogni volta in un cappottino stretto, il proprio. 
Gemma era una donna, ma era nata nel corpo di un uomo. Come dovremmo chiamarla per non farle dispetto? Una persona trans, forse, ma per saperlo dovremmo andare a frugare nella sua intimità, misurarle il testosterone, la circonferenza del petto per non dire degli organi sessuali. Nessuno di noi dovrebbe sopportare di essere sottoposto a un tale oltraggio al fine di decidere dove sistemarlo. Anche perché non serve a niente. Il mondo, nonostante tutte le parole e le sigle che possiamo inventare, resta diviso in due generi. E quando la tua volontà viene meno, quando devi sottometterti alle cure della comunità, chiedere un documento, andare in una bagno pubblico, quando devi essere ricoverato in ospedale, sono gli altri a decidere dove devi andare. 
Gemma diceva che lei in ospedale non ci poteva andare, perché l’avrebbero messa insieme agli uomini, e lei invece aveva il seno. Poco importa come se lo fosse procurato, ma ce l’aveva, e si era sempre sentita una donna. Come avrebbe potuto condividere la stanza con i maschi? Come si sarebbero sentiti quei maschi accanto a lei? Ma non le avrebbero mai permesso di stare nel reparto delle donne, lo sapeva, e alla fine è morta, in una giornata caldissima di questa estate caldissima. Il suo cuore non ha retto. Se ognuno di noi cercasse davvero il proprio nome, la propria specificità, analizzando caratteri sessuali e desideri, finiremmo per non riconoscerci più in nessuna categoria. Ognuno è uguale solo a se stesso. E anche su questo… Come facciamo allora con Gemma, come possiamo ottenere che non abbia più paura di un ospedale o di un bagno pubblico? Forse dovremmo cominciare a pensare, semplicemente, che non è il genere sessuale a dividerci. Che se devi essere operato al cuore la persona che vuoi accanto è uno che ha il cuore malandato, come te. Poco importa che sia un uomo o una donna. Che differenza fa cosa nasconde sotto le lenzuola, l’unica cosa che conta è che sappia sorriderti quando ne hai bisogno, e ti passi un po’ d’acqua se hai sete.