AVRÒ CURA DI TE
Amore e gratitudine
AVRÒ CURA DI TE

Amore e gratitudine

Dovremmo essere bravi giardinieri del nostro amore, soprattutto quando ce lo lasciamo alle spalle

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"Tutto sarebbe possibile, tutto, se fossi capace di amare. Dico bene: capace di amare, come si direbbe capace di camminare… Non ti lascerò perdere. Ti aiuterò. Ma mi voglio tenere al riparo da questa aridità che emani, carcerale, intollerabile, spaventosa… Non so cosa fare della vita che mi resta da vivere, pochissimi anni. Se capita che io abbia il coraggio di uccidermi te lo farò sapere. Ti amo, Marguerite”. 
Un’affilata e implacabile lettera d’addio, diremmo. Peccato che niente di quello che Marguerite, Duras, scrive al suo amato si rivelerà vero. Tranne, forse, l’amore. Non si ucciderà nei molti anni che le resteranno da vivere, non si metterà al riparo ma soprattutto non lascerà Yann Lemée. Dopo averlo ribattezzato Yann Andréa, lo terrà invece con sé nel modo che sa: rendendolo definitivamente un personaggio letterario.
Lasciarsi è un’arte, e per questa ragione gli artisti spesso ne hanno fatto opere. Marina Abramovic si è incamminata lungo la grande Muraglia cinese per incontrare a metà l’uomo da cui si separava, partito dal lato opposto. Testimoniando la fatica e il lavoro di un addio. La maestra della ritualità del quotidiano, Sophie Calle, giustamente abbacinata dalla volgarità della lettera di addio ricevuta da un uomo, l’ha condivisa con 107 donne. Chiedendo loro di re-interpretarla, con l’unica condizione di mantenere intatta la chiusa raccapricciante, l’inevitabile, l’insopportabile, l’epidemica: “Prenez soin de vous” (abbi cura di te). Cristina Marconi, nella prefazione al suo bel libro pubblicato da Neri Pozza e intitolato Come dirti addio. Cento lettere d’amore da Saffo a García Lorca, definisce il lasciarsi un momento finale e fecondo nel quale, come una pianta ben potata, ci si prepara a rinascere. Giusto, ed è per questo che dovremmo essere bravi giardinieri del nostro amore, soprattutto quando ce lo lasciamo alle spalle. E invece ci dominano quasi sempre la paura, la timidezza, la codardia. Persino la fretta, conseguenza della fame e della sete che ci spingono verso il nuovo banchetto, diventano ostacoli a un salutarsi cordiale, affettuoso. Per non dire della nostra serialità sentimentale, che impone ritmi ferrati, e identici e numerosi congedi. Sopraffatti dall’impegno ci siamo rivolti a una modalità antica dandole un nome nuovo, inglese, per nobilitarla: ghosting. Che significa sparire senza spiegazioni, diventare dall’oggi al domani un fantasma. Una fuga ingenerosa, maleducata, ma non solo. Trasformare la propria vita in un Lego di pezzi che non riusciamo ad attaccare gli uni con gli altri, non aiuta a comprenderla. Pazienza, direte, si può vivere anche senza capire, rimanendo intontolati davanti a quei pezzi sparsi che non significano niente. Ma se oltretutto questa illusione di rinascere e rinascere e rinascere fosse, anziché la palingenesi che immaginiamo, soltanto l’ennesima pratica di auto-umiliazione? “Cosa ho fatto! Come ho potuto, lasciar entrare nella mia vita quel mostro, quella scema senza cuore… L’ho fatto: pazienza.  E allora quando mi mettevo le dita nel naso, o mi facevo la cacca addosso?”. Non guardiamo alle nostre inefficienze di bambini con lo stesso imbarazzo. 
D’accordo, sono stata con uno scemo, con un’antipatica. Ma pure io, sono forse la persona più ambita sulla terra? Se fossimo più indulgenti, se ci abituassimo a rimettere insieme i nostre pezzettini di Lego, forse non ne uscirebbe la cattedrale di Chartres, ma una cosa stortina e pencolante, ma quella cosa siamo noi. E quella cosa ha un nome: si chiama gratitudine. Amore e gratitudine, come scrive Leonard Cohen a Marianne Ihlen nel 2016. Proprio lei, la Marianne della canzone, il grande amore della vita del cantautore canadese, la donna con cui aveva diviso la giovinezza su un’isoletta della Grecia. “Fai buon viaggio amica mia”, le scrisse mentre lei giaceva in un letto di ospedale, “ci vediamo tra poco in fondo al viale”. Lui è morto quattro mesi dopo di lei, chissà se si sono visti poi in quel viale. 

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