CASAMATTA
Patrizia Cavalli, una vita in rima attraversata al ritmo di musica
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Patrizia Cavalli, una vita in rima attraversata al ritmo di musica

Il ricordo di una poetessa che scriveva canzoni tra fumo e risate, scomparsa il 22 giugno

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Un po’ di tosse). «Ti da fastidio il ventilatore?». «No, sono le sigarette che ho fumato». «Lo spengo?». «Sì, spegnilo». Vai. Tarattatà. Vai. 
(Cantando) “Al cuore fa bene fare le scale ma se non fa le scale al cuore fa bene far l’amore/ Il cuore qualcosa deve fare”. 
No aspetta, perché fai la pausa: metti il soggetto troppo lontano, così. Da qui. 
“Lo tieni al pianterreno, l’hai chiuso in un cassetto. L’hai congelato bene, ci hai messo un bel fiocchetto. Ma al cuore, fa bene far le scale/ Ma se non fa le scale. al cuore fa bene far l’amore. Il cuore qualcosa deve fare che altrimenti muore. Sì muore sì muore”.
Ora che tutte le parole di congedo da Patrizia Cavalli sono state dette, è il momento di cantare. Era il 2012, dieci anni fa, in un appartamento che sembrava la casa di Neruda. Sul divano, ridente e vestita di bianco, distesa con una gamba a terra e l’altra sui cuscini, lei cantava e fumava, fumava e cantava. Diana Tejera e Chiara Civello, musiciste e più giovani amiche, vicine e insieme. Non ricordo altro che bellezza, di quei giorni, ironia, vaghezza, intensità, e musica. Patrizia non sapeva cantare, nel senso che non aveva una voce istruita a farlo né un’intonazione naturale. Però cantava in un modo strabiliante e definitivo, per cui quando entrava la voce di Chiara – purissima, di acqua e di velluto – si accordavano così, senza sforzo. La canzone si chiama Al cuore fa bene far le scale, può darsi che ancora si trovi il cofanetto con CD – undici tracce – che all’epoca pubblicò Voland. Era stata Diana Tejera a cercare Patrizia, voleva musicare le sue poesie in verità di alcune lo aveva già fatto. «Io non ho mai accettato, non le ho detto sì. Il disco si è creato attraverso dei no. Ma Diana è tenace. Faceva finta di niente, mi dava ragione, rideva», ha raccontato Cavalli ad Angelo Carotenuto. Il video di uno di quei pomeriggi si trova su YouTube. Patrizia non ascoltava canzoni, a casa. «Le sento quando vado in taxi. Sono terribili, una cosa spaventosa. Già mentre le sento le ho scordate. Non aspetto altro che scordarle».  Ne ha scritte però, per la tenacia di Diana. «Scrivere un testo quando c’è già la musica è difficilissimo: le particelle, le sillabe, la parola che non cade nel punto giusto. È il motivo per cui la maggior parte dei testi sono insensati. Non le nostre canzoni, vero Diana?». E qui un’altra sigaretta, un bicchiere, una risata che smentisce le sue stesse parole perché niente ha senso senza l’allegria, l’ironia: è chiaro che ci sono mille e mille canzoni meravigliose e che non tutte le composizioni di questo disco sono perle rare ma invece nell’insieme è una meraviglia e come diceva Patrizia: andiamo a Sanremo, sbanchiamo. «Ho una vocazione commerciale, sì». Suonava il piano, ne aveva uno verticale nell’ultima stanza della casa – il piano alto di un vicolo dietro a Campo de’ Fiori, moltissime scale da fare in effetti. Uno spartito aperto con le Sonate di Bach. «Sono una dilettante, prendilo tu che lo sai suonare. Però riportamelo, ti raccomando. Oppure suonalo e chiamami al telefono per farmi ascoltare». Ho dimenticato, Patrizia, di riportarlo. È qui accanto a me mentre scrivo. Appena metto il punto mi alzo e vado a suonare.   

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