CASAMATTA
La memoria delle voci: viaggio alla rocca di Procida
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La memoria delle voci: viaggio alla rocca di Procida

Ma mai, davvero mai avevo perso la nozione del tempo entrando in un’altra dimensione come mi è capitato a Palazzo d’Avalos

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C’è sempre un vecchio carcere, sulla più piccola o più selvatica delle isole dell’arcipelago, qualunque sia l’arcipelago, ad ogni latitudine. E c’è una consuetudine, una regola non scritta, tra chi viaggia per isole: non si riprende il mare senza aver varcato quella soglia. I luoghi conservano memoria delle voci, non si riparte senza averle ascoltate. Ne conosco tanti, sono stata e tornata molte volte in quelli che mi sono stati più cari nei momenti più duri, alleviando ogni pena nel confronto. Ma mai, davvero mai avevo perso la nozione del tempo entrando in un’altra dimensione come mi è capitato a Palazzo d’Avalos, la rocca di Procida. Ero accompagnata da una guida speciale, Antonio Carannante, avvocato e da qualche tempo assessore a Procida con delega alla valorizzazione dell’ex carcere. Me lo ha mostrato con la confidenza di chi ti lascia entrare in casa sua e il rispetto di chi entra in casa d’altri. Mi ha raccontato i progetti: fare cinema e teatro, residenze d’artista, fare un polo di ricerca per energie rinnovabili, green – come si dice adesso con la parola che apre tutte le porte. «Dovrà essere condiviso con tutta la popolazione, essere il luogo di tutti». Si farà, assicura. Intanto però, mentre introduce alla magnifica mostra di arte contemporanea allestita al piano alto (un video di William Kentridge da vedere attraverso le sbarre della cella chiusa. Se andate non potete perderlo. E i cani in chiesa di Jan Fabre – The Catacombs of the Dead Street Dogs –, nella cella accanto), intanto si ferma davanti a uno stanzone con ventidue letti, e racconta la storia. Erano condannati per crimini di guerra, quasi tutti reduci della Repubblica di Salò. Erano disposti proprio così: tre letti sotto la finestra, gli altri allineati alle pareti. «Un superstite è venuto e ha indicato com’erano». C’è ancora tutto: gli indumenti, gli armadietti di metallo, i comodini con un cassetto blu, le scarpe. I ventidue erano condannati a morte, ma per qualche ragione nei mesi dopo la fine della guerra l’esecuzione non ebbe luogo. Uno di loro tentò la fuga e venne ucciso, gli altri: dimenticati. Fino a che poi, forse fu il cappellano forse uno straniero che sapeva la storia e la portò indietro con sé, non intervenne la Regina d’Inghilterra a chiedere conto di questi detenuti. La Regina in persona domandò – ci sono forse nelle vostre carceri ventidue persone dimenticate in una cella? – le autorità di governo si informano, trovano che sì, effettivamente, il capo dello Stato firmò la grazia. Il 27 giugno del 1949 lasciarono il carcere in fila indiana, scheletrici dopo l’ultimo sciopero della fame, e di questo episodio sì che c’è un video non solo il ricordo: la colonna dei liberati. È solo una delle tante storie, naturalmente. Che poi c’è quella del carpaccio di carne di Junio Valerio Borghese, del diario proibito del generale Graziani fino ai più recenti e celebri capimafia, qui in incognito – per così dire. Ma palazzo d’Avalos era una reggia borbonica, prima, e mantiene memoria di uno splendore che nessuna sofferenza ha potuto cancellare. Dal tetto si domina l’intero golfo di Napoli, il Vesuvio e Ischia, sul lato opposto Ventotene, non c’è ostacolo alla vista. La luce che entra ai piani alti non somiglia a nessuna, sembra divinità che scende a terra.  

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