È CHIARO CHE SIAMO NOI
Paolo Pietrangeli nei nostri ricordi
È CHIARO CHE SIAMO NOI

Paolo Pietrangeli nei nostri ricordi

Cosa accade a riaprire una vecchia scatola dei ricordi

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La scatola è piena di polvere. Il nastro adesivo, sollevato, ha perso aderenza. Con un pennarello nero una mano ignota aveva scritto su uno dei due lati: “ricordi”. Il più intangibile degli indizi. Il più sospetto degli avvisi. Ricordi come? Da conservare? Da cancellare? In una domenica di caldo da fine del mondo ci ho messo le mani ed è uscito di tutto. Sciarpe del Real Madrid, cappellini del Milan con treccine posticce e il volto di Ruud Gullit, abbonamenti allo stadio, scontrini, libretti universitari, giornali ingialliti, disegni, vinili, fotografie. In una sono all’ingresso del liceo con Paolo Pietrangeli. Stiamo parlando, lui sembra preoccupato. Abbiamo occupato la scuola e abbiamo chiamato lui, l’autore di Contessa e Valle Giulia, per cantare canzoni che oggi gli avrebbero garantito l’arresto e che già nel ’94 appaiono anacronistiche. La palestra è gremita. Il microfono è attaccato a una scopa di saggina. Gli amplificatori li ha portati Alessandra, rubandoli al fratello. Ci sentiamo molto di sinistra, ma Paolo ne dubita: «Ahò, ma non è che all’improvviso arrivano i fascisti?». «Non arriva nessuno, Paolo, stai tranquillo». «Lo sai come dicono a Roma?» risponde. «Come?». «Tranquillo è morto l’altro ieri». Sia come sia, si convince. Canta per un’ora, forse due. Ha la barba lunga, quasi cinquant’anni, si diverte. Sa prendersi in giro. «Ma come v’è venuto in mente di chiamare me? Non ho mai saputo cantare». 
A noi Pietrangeli piaceva. Scrivere canzoni, ci aveva raccontato, era stata un’idea di Federico Zeri, maestro del calembour e amico di suo padre Antonio, regista, morto sul set, a Gaeta, quando Paolo ne aveva soltanto ventuno. Lo aveva scoperto dalla televisione accesa, Paolo, dopo essere tornato stremato nottetempo da un concerto a Follonica. Crescendo, senza mai smettere di cantare, con la barba e gli occhiali aveva fatto l’aiuto per Visconti e Fellini, girato film in prima persona e prestato la sua esperienza a Maria De Filippi per dirigere i suoi programmi senza alcuna preclusione ideologica per chi, come Berlusconi, quei programmi sulle sue reti televisive li ospitava. Ottenuto il diploma mi ero ritrovato non so come a Genova, nel 2001, per seguire ai suoi ordini il G8 con una telecamera. Ne avrebbero fatto un documentario collettivo. Che a Genova tirasse una brutta aria ci era parso chiaro fin dal primo giorno. «Guarda le facce dei poliziotti» mi diceva Pietrangeli «guarda quanto sono incazzati». Aveva ragione. Il giorno dopo, stretti tra le cariche vicino alla stazione di Brignole e i fumi dei lacrimogeni, Paolo aveva avuto la salvifica idea di suonare al campanello di un condominio affacciato sui binari facendosi aprire la porta da una signora. «Sono il regista del Costanzo Show» aveva urlato e gli era stato concesso di salire in men che non si dica. Da quell’appartamento affacciato sulle vie adiacenti a Piazza Alimonda eravamo scesi dopo mezz’ora e osservato l’inferno in presa diretta. 
Paolo fu coraggioso. Aveva paura e non lo nascondeva. Aveva cantato le lotte, ma non ne aveva mai fatte. Aveva descritto le manifestazioni, ma non era pronto per la guerra. Non si fermò. E non era il suo pane quotidiano. Contessa era nata da un senso di colpa. Pietrangeli avrebbe voluto occupare le università, ma in famiglia glielo avevano vietato. Così per reazione aveva scritto canzoni. Se Marco Risi sapeva come irridere impegno e disimpegno con una battuta: «Come mai non ho fatto il ’68? Non lo so, abitavo sulla Cassia», Pietrangeli metteva l’ironia in endecasillabi. 
Lo vidi anni dopo per un’intervista. Gli telefonai, mi sorprese: «Ti vengo a trovare io». Abitavo al quarto piano, senza ascensore. Arrivò scosso. Stravolto. «Con tutto quello che mi sono fumato alla fine mi è venuto l’enfisema». Si sedette, riprese fiato, iniziò a raccontare. Aveva una disillusione assoluta verso chiunque: i sogni tramontati, gli esseri umani, il futuro. Ma con un maglione sformato, un paio di jeans e le tasche vuote sapeva stare per conto proprio: «A nessuno viene in mente di dire passiamo qualche ora con Paolo» mi disse indulgendo per un istante alla terza persona. Gli domandai se fosse triste. «Triste? Io da solo sto benissimo». Poi prese un respiro più lungo degli altri. Tirò fuori il sigaro. Fumò. Non l’ho rivisto più, Paolo. Non è più in una scatola adesso, ma in cornice. Non è più un ricordo. Gli passo davanti tutti i giorni. 

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