È CHIARO CHE SIAMO NOI
Il miracolo di Battiato
È CHIARO CHE SIAMO NOI

Il miracolo di Battiato

Quella volta che Franco Battiato regalò un lieto fine

2 minuti di lettura

Mia madre, a mio padre, guardandomi appena nato: «Dio mio, che abbiamo fatto!». La mia nascita mi veniva raccontata così: «Eri un vero mostro» diceva seria la mamma. «Appena ti vide papà disse “sembra Linda Blair ne L’esorcista”». Guardando una bella bimba nella culla accanto erano stati attraversati dal pensiero di scambiarmi. Invece mi portarono a casa. A quel lampo esiziale ne seguirono altri, da tirar fuori implacabilmente nelle riunioni di famiglia. A Natale, la storia della mia bruttezza era un classico. Io avvampavo come in un film di Fantozzi, dal profondo rosso al blu tenebra. E mi facevo piccolo piccolo perché sapevo che sarebbero arrivati a Battiato. Nei primi anni 70, all’epoca di Fetus e Pollution, Franco Battiato quando veniva a Roma stava spesso dai miei. Solo o con bande di amici musicisti come Yuri Camisasca e Lino Capra Vaccina. Portavano un’allegria purissima, un’aura senza spigoli da uccelli di passo. I capelli lunghi, la mistica dei suoni distorti, la serena certezza del talento, la noncuranza principesca delle tasche vuote: il genio di Battiato era pari alla sua innocenza. Regalò una chitarra a mia sorella e lei, che a 7 anni era già come adesso, gli chiese di farle sentire L’Internazionale. Lui diceva soltanto: «Chi la suona?». E poi rideva. E poi suonava. 
Pochi anni dopo, arso dalla curiosità e dal desiderio di scoperta, sarebbe diventato un artista di vastissima cultura. Franco andava e veniva, prendeva treni, sperimentava. Sapeva stupirsi. Descriveva Milano con lo stesso effetto pittorico di un Delacroix e ogni tanto tirava fuori un mazzo di carte: «Facciamo un poker?». Aveva incontrato in Roberto Calasso e Fleur Jaeggy due sublimi maestri di maieutica. Conoscendo il suo potenziale, e i vuoti della sua preparazione, al posto di un piano di studi gli proposero il poker. La posta in gioco erano i libri. Tra un full e un colore Franco vinceva sempre. E doveva leggerli, quei libri, con la velocità di una mente fuori dal comune, accumulando nel tempo un sapere vertiginoso. Quando nacqui, Franco fu avvertito del mio strano aspetto. «È brutto come la fame. Roba da Gregor Samsa. È viola. Lo abbiamo chiamato Cipolla. Ti piace?». Non so se a lui piacesse il soprannome. A me ripugnava. Ma qui, nella rilettura dei genitori, nel solco di “Ogni scarrafone è bell’a mamma soja” sopraggiungeva l’evento mistico. Che mia madre descriveva sempre uguale con teatralità da attrice e rinnovato compiacimento. La storiella era più o meno questa. Arrivò Franco a Roma. Padre e madre lo prepararono alla visione, lo introdussero nella stanza e restarono sulla porta in attesa della reazione. Franco si chinò su di me, guardò, tacque e poi si entusiasmò. Esclamò festoso: «Ma quale scorfano? Ma è bellissimo! Ma è Dio!». Storditi dall’iperbole i miei pensarono che Franco volesse consolarli. Lui li chiamò accanto alla culla, loro timidamente osservarono e rimasero stupefatti. «Vi rendete conto?» flautava mia madre «Il ragazzo aveva assunto fattezze umane!». La leggenda domestica lo chiamò “il miracolo di Battiato”. Con il miracolo mia madre mi perseguitò per anni, senza clemenza. In mezzo a zie e cugini, satolli, attoniti e sbadiglianti, desiderosi soltanto di scartare i regali le davo calci sotto il tavolo perché non rallentasse la liturgia ed evitasse di raccontare di nuovo la mia mutazione. Le ricordavo che tutti, ma proprio tutti conoscevano a memoria quell’episodio, ma lei niente: andava avanti. Sulla parola Dio mi sentivo sempre male come fosse la prima volta. 
Molti anni dopo, quando chissà perché la tradizione natalizia era stata cancellata e le canzoni di Battiato erano entrate a far parte del mio immaginario decisi di andare alla radice dell’aneddoto. Franco ormai viveva a Milo e a Roma veniva solo per lavoro. Dovevo intervistarlo e prima di iniziare gli chiesi: «Ma come andò veramente quella volta?». «Quale volta?». «Quando mi hai visto appena nato?». «E come vuoi che sia andata? Ognuno vede Dio dove vuole vederlo. I tuoi erano così affranti. Mi è sempre piaciuto il lieto fine». 

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

3 mesi a 1€, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito