AVRÒ CURA DI TE
Un sogno di nome Venezia
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Un sogno di nome Venezia

L’importanza di continuare a sognare

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Si può avere cura di un sogno? Ho visto un documentario molto bello, si intitola Venezia altrove. Non so dove possiate trovarlo adesso, ma so che prima o poi finirà su qualche piattaforma, Mubi per esempio. Nel frattempo sta viaggiando per festival, ha inaugurato quello di Rotterdam, ha vinto, nella sua categoria, quello di Montréal. L’idea del regista Elia Romanelli è molto seducente: veneziano, cresciuto nella città-chimera, sa bene che quel luogo non esiste. È un mito, un sogno. Ben annidato, soprattutto, nel cuore di chi non c’è mai stato. Venezia è un premio, per raggiungere il quale tocca superare alcune prove, come accade nelle fiabe. Ma è soprattutto quello che accade quando, chiusi gli occhi, ci si dispone finalmente all’invisibile. Perché Venezia, che è sempre sul punto di scomparire davvero, forse è scomparsa da un po’, e solo chi non l’ha mai vista la tiene in vita. 
Così è andato in giro per l’Europa a cercare uomini e donne che coltivassero il mito di Venezia senza esserci mai stati. Capaci di inventarla, di spiegarla, di renderla vera. C’è una coppia che si sposa a Sultangazi, un distretto del comune di Istanbul. Ballano, cantano e al termine della festa, come si conviene, si concedono un giro in gondola, in un canale che scorre tra i palazzi di un centro commerciale, con una sala per matrimoni chiamata appunto Salone Venezia. C’è un uomo anziano che non si è mai allontanato da Venezia, il suo paese natìo: nella foresta, in Romania. Dove vive anche un giovane pastore che un giorno ha preso un treno e si è fermato dieci minuti in una città. Gli hanno detto che era Venezia, l’altra, quella italiana. Mi è sembrata una città carina, dice. Due sarte cuciono abiti per un carnevale veneziano, in Germania, identico all’originale tranne che nevica. Un uomo la cui madre era sarta del balletto nazionale della Ddr, quando era bambino ricevette da lei una cartolina da Venezia. C’era scritto “Venezia è il salotto del mondo e il sogno della mia vita”. Quell’uomo abita a Nuova Venezia, nel distretto di Köpenick, nella zona orientale di Berlino, tra due piccoli laghi, il Müggelsee e il Dämeritzsee. Ma soprattutto c’è Marica Antunovic che fa la parrucchiera, a Zagabria. E quando ha risposto all’annuncio di lavoro non aveva idea che il negozio si chiamasse Salone Venezia. Uauu ho pensato, la città dell’amore! È il posto per me, che sono romantica e sempre innamorata, di tutto, del tempo della vita, di tutto! Marica è scappata dalla sua città quando era bambina, perché un giorno si è svegliata e c’era la guerra. «Siamo dovuti andar via senza scarpe, in ciabatte, senza documenti, senza cappotto. Una parte di me è stata frantumata nella mia gioventù, e io sono rimasta incompleta. Devo riunirla per poterla ricostruire, per poter finalmente dire: Eccomi, Venezia. Ora sono guarita del tutto, sono pura, felice e innamorata. Ecco, questo devo dire a Venezia, per questo rimando il mio viaggio». 
Qualcuno dice che nel mondo esiste una riserva aurea di bellezza, esaurita la quale non potremo far altro che scomparire. Senza più niente per cui vivere, senza più neanche una goccia di mistero a cui attingere. Altri dicono una cosa che a pensarci bene è simile, cioè che la Terra è in pericolo perché sotto il nostro assedio. Venezia è il simbolo di questo assedio feroce e implacabile degli esseri umani verso la bellezza, e boccheggia, è in affanno. Quando Venezia scomparirà, dice la voce di Giuseppe Cederna che accompagna il documentario, avrà la stessa consistenza degli animali mitologici, e delle città dentro le sfere di vetro. Abbiamo due possibilità: lasciare che accada, rischiando così di scomparire anche noi, disseccati, sperduti senza una bussola. O prendercene cura. Anche solo perché persone come Marica Antunovic, frantumate dalla guerra, abbiano qualcosa di intero da sognare. 

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