È CHIARO CHE SIAMO NOI
Genitori molto poco presenti
È CHIARO CHE SIAMO NOI

Genitori molto poco presenti

Il senso del tempo per una coppia di genitori ormai anziani che a volte dimenticano di avere un figlio. O dei nipoti

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Mio padre e mia madre sono due ricattatori. Al telefono, toni da estrema unzione: «Non ti fai mai sentire». «Volevo ascoltare la tua voce, quasi non la riconosco più». «Ci passerai a trovare un giorno, magari per sbaglio?». Finché ti pieghi a un invito ufficiale: «Non vediamo l’ora di festeggiare nostra nipote e i suoi 15 anni, non sarebbe bello se mangiaste da noi domenica prossima?», suoni il campanello e li trovi divertiti come ragazzini. La voce è sorpresa. Sulla tavola non c’è neanche la tovaglia. Sono felici di averla fatta grossa.
«Ma sai che ci eravamo completamente dimenticati? Stavamo leggendo Steinbeck ad alta voce. Come ti sei fatta grande nipotina nostra! Il frigo è vuoto, ordiniamo tre pizze?». I miei genitori hanno ottant’anni e ogni tanto alla dipartita fanno rapidi cenni di scongiuro, corna e gesti dell’ombrello. Poi dicono «tiè» e ridono a lungo. Tutto è teatro, il riso e il pianto. Nei momenti più seri intonano il requiem.
«Ti ricordi ancora di noi?», dicono spesso con tono grave. In effetti hanno un’età e ci pensi: «Il tempo corre. E se poi muoiono all’improvviso?». Discuti con te stesso: «Quanto me ne pentirò?». Ripercorri la tua vita, ti tormenti, ti fustighi al ritmo del contrappasso e infine afflitto dai piagnistei ti scopri umano, e ti condanni: «Mi hanno abbandonato da piccolo e proprio adesso che hanno bisogno di me che faccio? Li abbandono io?». Quindi reagisci e per evitare rimorsi futuri dedichi qualche ora ai due derelitti. Li cerchi, li insegui, li stani. E cosa scopri? Che di te, incidente della storia, farebbero benissimo a meno.
Se ne fregano e anzi, a dirla tutta, temono il coinvolgimento. A ottant’anni continuano a lavorare, a studiare, a occupare la mente e il fisico. Lei ti parla dei progressi con il cinese e delle lunghe passeggiate con il cane rivolgendosi con voce posticcia alla bestia che ansima: «Stamattina abbiamo visto anche gli scoiattoli non è vero?». Lui sorvola sugli acciacchi che pur quasi cieco non gli impediscono di viaggiare ogni fine settimana per mete sempre più lontane: «Papà dov’è? In Salento, voleva salutare i gatti». Sono animati da una follia di vivere che dà allo scorrere delle ore un rintocco tutto suo. Quello della morte, come è detto, lo sentono lontano. Quasi non gli par vero di esser stati genitori. Nel ruolo non si vedono e in quello di nonni hanno già dimostrato il loro.
Affidammo alla nonna nostra figlia una sola volta. Aveva quattro mesi. Doveva trascorrere con lei non più di un quarto d’ora. Tornò con la testa china, colpevole tutta seria e sibilò: «Potete venire un istante? La bambina è viola». Ci prese un colpo. Stava benissimo, ma non ripetemmo più l’esperimento. Ora si vedono più spesso, si sono anche simpatiche, ma a cercarla è sempre la nipote.
L’altro giorno ho ribaltato il quadro. Ho chiamato mia madre di domenica e le ho detto: «Vi ricordate di avere ancora un figlio?». Ha riso molto e ha ammesso: «A tratti». Ho affondato il colpo: «Ma a voi di noi non frega veramente niente». I singulti si sono fatti più forti: «È vero, è vero». Poi ha fatto una pausa teatrale e ha tossito. Ho pensato fosse giunto il momento definitivo e invece si è ripresa. Si è data un contegno: «Però, ti giuro, vi vogliamo tanto bene».

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