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Foto di Matt Sayles
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Cameron Shaw: «Il 'mio' museo tutto al femminile e tutto black»

È la domanda che si è posta Cameron Shaw quando si è presentata l’occasione di diventare direttrice del California African American Museum di L.A. «La mia mission? Rappresentare la comunità nera»

3 minuti di lettura

Cameron Shaw non può commentare le circostanze grazie alle quali è diventata direttrice del California African American Museum di Los Angeles, perché un processo è in corso e il museo è parte in causa. Quello che può dirci, però, è che appena il Caam è entrato in crisi, lei ci ha visto un’opportunità. 
A meno di 40 anni Shaw ricopriva infatti la posizione di curatrice capo e vicedirettrice da poco più di un anno quando il suo predecessore, George O. Davis, è andato in pensione dopo essere stato denunciato per molestie sessuali. «È lì che ho capito cosa dovevo fare e mi sono “autopromossa”», ammette. «È vero che non avevo molta esperienza di questioni amministrative e non ero mai stata responsabile di un’istituzione delle dimensioni del Caam (quasi 4 milioni di dollari, ndr), ma ero sicura di avere le competenze necessarie e soprattutto la visione per guidare il museo. Quindi mi sono detta: “Se non ora, quando? Se non io, chi?”».


Così Cameron ha scritto una lettera al consiglio di amministrazione, presentando la propria candidatura. Dopo un colloquio, è diventata executive director del museo che conosceva dall’infanzia, visto che è nata e cresciuta in un quartiere di South Los Angeles vicino a Exposition Park, proprio dove sorge il Caam. «Ho molti ricordi legati al museo. I miei genitori, anche loro nati e cresciuti in questa stessa zona della città, stanno insieme dai tempi del liceo e vivono ancora nella casa dove sono nata». La verità è che lei ha un vero talento per farsi strada da sola. Padre architetto e madre che si divideva tra famiglia e supporto all’attività del marito, Shaw ha studiato Storia dell’Arte all’Università di Yale. Dopo il college è stata assunta come assistente di Angela Choon, direttrice e partner alla David Zwirner Gallery di New York. Ma prima si è ritagliata il ruolo inedito di research manager e, dopo tre anni da dipendente, nel 2011 si è messa in proprio fondando nella New Orleans post uragano Katrina, con l’imprenditrice e amica Amanda Brinkman, Pelican Bomb: un website di critica d’arte che si è evoluto in incubatore di mostre.


Ora che ha fatto il suo più grande salto professionale, Cameron racconta a d che la motivazione personale è stata la sua carta vincente: «Dopo 17 anni in cui avevo costruito una carriera in campi e ruoli diversi, ho sentito che era arrivato il momento di tornare a casa. Per trovare il mio vero scopo nella vita, fare la mia parte nell’America post-Trump. Così ho capito che la mia mission oggi è di rappresentare la comunità black». 

Fondato nel 1977 nell’area a sud downtown L.A., dove ci saranno anche gli stadi per le Olimpiadi del 2028, il Caam è dedicato sia all’arte che alla storia afroamericana. È un museo pubblico, finanziato quasi esclusivamente dallo Stato della California, con ingresso gratuito. Per crescere, nonostante limiti strutturali come la mancanza di un fondo per le acquisizioni, Shaw sta reclutando donatori e sostenitori, in modo da reperire più risorse per espandere le collezioni e finanziare le attività. Tra le nuove collaborazioni, ha stretto una partnership quinquennale con l’organizzazione non profit dell’artista Mark Bradford, Art + Practice. Si parte con la mostra Deborah Roberts: I’m, che ha appena aperto contemporaneamente al Caam e negli spazi di Art + Practice (fino al 20 agosto). Nella hall del museo ecco Little man, little man (2020), un grande collage-murale ispirato dall’omonimo racconto per bambini dell’autore e attivista dei diritti civili James Baldwin. Pubblicato nel ’76, racconta le avventure di un bambino di 4 anni, ad Harlem, New York. 


«Quando sono arrivata al Caam come curatrice, nel settembre 2019, ho trovato un’istituzione forte e in ascesa, che si stava reinventando, provando a cercare nuova audience, specie tra i giovani. Un esempio? Inaugurando le mostre con delle feste da ballo. Poi è arrivato il Covid e il museo è stato chiuso al pubblico per un anno». Anno in cui la neodirettrice ha esplorato tutte le possibilità per mantenere un contatto digitale col pubblico: dalle mostre alle conferenze virtuali. «Abbiamo anche scoperto l’uso degli spazi esterni e adesso una delle attività più popolari è lo yoga all’aperto. È stato anche un momento di riflessione per capire chi siamo, a livello locale e nazionale, e come vogliamo crescere, onorando il passato ma con lo sguardo al 50° anniversario, nel 2027. Durante la pandemia sono andate in pensione 6 persone su uno staff di 17, così ho dovuto organizzare la ripartenza con una squadra scelta da me, secondo i miei obiettivi». 


Oggi Cameron ha un team curatoriale tutto al femminile e tutto black. «Io credo nel potere della meditazione e dell’ascolto. Credo in una leadership intuitiva e non gerarchica. Il mio focus sono le relazioni e le collaborazioni. La mia preoccupazione principale, come leader del mio gruppo, è creare le condizioni che consentano ai miei collaboratori di aprire canali di comunicazione, coltivare la fiducia reciproca e costruire la possibilità per ciascuno di sentire che il suo punto di vista e il suo ruolo sono apprezzati e valorizzati. L’obiettivo è offrire a tutti, a partire dai nostri visitatori, strumenti di crescita individuale e collettiva, ponendoci continuamente delle domande. Con la consapevolezza», conclude, «che non abbiamo e non avremo mai tutte le risposte». 

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