Non perfetti ma ‘sufficientemente buoni’: tanto basta per essere bravi genitori

Quello del genitore perfetto è un modello che i social hanno ingiustamente mitizzato. Ma gli psicologi concordano: i genitori infallibili non esistono, e perché i figli crescano con un buon "capitale psicologico" basta essere "abbastanza buoni". Nell'edicola digitale di Repubblica ecco arrivare la collana che promuove la costruzione, il benessere e il miglioramento della qualità della vita in famiglia
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I figli, si sa, non arrivano con un manuale di istruzioni. Ad essere genitori si impara un passo alla volta, spesso con l’esperienza diretta, ma il timore di sbagliare, di non essere all’altezza, è grande. Tra le madri e i padri di oggi serpeggia spesso la paura del fallimento, di non essere adeguati a quel ruolo, e di commettere errori che prima o poi si ripercuoteranno nell'equilibrio psico-emotivo dei figli. La sensazione di camminare sui gusci d’uovo è forte, ed è alimentata dal mito del ‘genitore perfetto’ (in particolare della ‘madre perfetta’) che, molti psicologi sono concordi nell’affermare, non esiste.

Ciò che invece esiste è la volontà di fare del proprio meglio per costruire, durante il lungo percorso della crescita, il benessere del proprio figlio o figlia. Ecco perché, specialmente in un momento storico così complesso, affidarsi alle parole e ai consigli degli esperti non può che aiutare ad illuminare la via verso una genitorialità consapevole, sana, ‘sufficientemente buona’, espressione coniata da Donald Winnicott, celebre pediatra e psicoanalista britannico, per suggerisce l’idea che un bambino non abbia bisogno di un ‘mitico genitore perfetto’, ma di qualcuno che ‘fa del proprio meglio’.

Sposano questa teoria Anna Silvia Bombi e Gian Vittorio Caprara, psicologi autori del primo volume di una collana che esce in versione web nella Biblioteca Digitale di Repubblica, dal titolo ‘Genitori si diventa’. Si tratta di 15 volumi dedicati alla genitorialità, realizzati da alcuni dei più prestigiosi psicologi e psicologhe italiani, per offrire alle famiglie contenuti di alto profilo attraverso un linguaggio chiaro e diretto, e aiutare le mamme e i papà, attraverso consigli pratici ed esempi, a districarsi nei momenti di difficoltà. Perché nessun genitore è ‘perfetto’.

La leggenda del genitore perfetto

Da quando i social hanno invaso la nostra quotidianità con i quadretti di famiglie adorabili, corpi da urlo, vite fantastiche, cibi incredibili, location da sogno, siamo entrati nell’era della (finta) perfezione. Certo, anche prima di Instagram esistevano degli standard, dei modelli irraggiungibili, ma, al contrario di oggi, il confronto con essi non era costantemente sotto il nostro naso.

Anche la genitorialità social è spesso fatta di mamme e papà bellissimi e riposatissimi, che si divertono tantissimo con i loro bravissimi, educatissimi, tenerissimi figli. Eppure, nella vita reale, i genitori di oggi stanno affrontando una sfida enorme, ovvero quella di crescere figli durante una pandemia, condizione che, rilevano ormai molti studi, sta mettendo a dura prova mamme e papà di tutto il mondo, sempre più inclini al burn-out.

Secondo uno studio del 2018 pubblicato su Journal of the American Medical Association (JAMA), le donne Millennial sono più soggette a depressione pre-natale rispetto alle mamme della generazione precedente. Tra le cause evidenziate, lo stress cronico dovuto alle difficoltà lavorative, l'impossibilità di stare al passo con i tempi che cambiano in continuazione, lo stile di vita disordinato fino a trenta, quaranta anni: insomma, alle 'tipiche' paure di una neo-mamma si aggiungono i timori della precarietà ormai insiti in questa generazione. Inoltre, sottolinea il report, la generazione dei Millennial “ha vissuto rapidi cambiamenti nella tecnologia, internet, l’uso dei social, associate ad un maggiore senso di depressione e isolamento sociale, e diversi rapporti relazionali”. 

Un’indagine condotta nel 2019 nell’ambito della campagna This is Parenthood, il cui scopo era mostrare la realtà della genitorialità andando oltre i cliché dei claim pubblicitari e di Instagram, per sollecitare un’onesta discussione sulle gioie e ma anche le difficoltà del diventare madri o padri, ha rilevato che il 55% dei genitori sente di aver fallito in qualche modo durante il primo anno di vita del figlio. Nello specifico, lo crede il 60% delle mamme e il 45% dei papà, mentre se consideriamo solo i genitori Millennial la percentuale si alza al 66%. Secondo il 42% degli interpellati il costante paragone con i social media è una importante concausa, mentre il 70% vorrebbe che sui media in generale ci fossero rappresentazioni più oneste, più veritiere di cosa significa avere un figlio.

Non a caso, racconta il dottor Oliver Sindall, psicologo infantile, una delle domande più comuni che mamme e papà gli rivolgono è “C’è un modo giusto di essere genitori?”. La sua risposta chiama in causa la sindrome dell’impostore, ovvero il costante senso di colpa e inadeguatezza, di paura di non essere mai abbastanza che affligge molti genitori.

“Tutta la psicologia del mondo non sarebbe in grado di prevenire questi sentimenti”, afferma Sindall, perché il costante confronto con gli altri, esasperato dai social media, può toccare dei nervi assai scoperti: “Con il mio primo figlio mi ricordo che osservavo le interazioni degli altri genitori con i loro bambini. Dicevo a me stesso che stavo semplicemente osservando approcci diversi, ma sotto sotto sapevo di provare paura rispetto a un mio eventuale fallimento”.

Cosa significa essere genitori ‘abbastanza buoni’

Nel primo volume di ‘Genitori si diventa’, intitolato ‘La nostra sfida più grande. Crescere con i figli’ gli autori scrivono: “Non pensate che questo (essere un ‘genitore abbastanza buono’, ndr) sia un modo per dire che ce la si può cavare a buon mercato. Se osservate le famiglie intorno a voi, se fate un rapido esame di coscienza, noterete che non è facile essere ‘sufficientemente buoni’.

Al contrario, è un esercizio di vigilanza su sé stessi per riflettere su ciò che si fa e come lo si fa; è la modestia necessaria per cercare risorse e appoggio nell’altro genitore, all’interno della coppia, ma anche nella famiglia estesa e nei servizi; è l’attenzione che occorre per mettersi in sintonia con i bisogni dei figli e il loro mutare nel tempo, con le loro caratteristiche specifiche, che li rendono diversi l’uno dall’altro, e che a volte vanificano l’esperienza già accumulata, creando scenari nuovi, in certi casi davvero spiazzanti”.

Che sia sufficiente essere genitori ‘abbastanza buoni’, anziché perfetti, lo riscontra anche uno studio riportato da Science Daily. Secondo la ricercatrice Susan S. Woodhouse della Lehigh University, studiosa specializzata in attaccamento infantile, chi si prende cura di un bambino deve riuscire a fare la cosa giusta almeno il 50% delle volte. Saper rispondere adeguatamente ai suoi bisogni la metà delle volte è sufficiente a farlo diventare un adulto sereno e sicuro. E ci sono molti modi per ‘fare la cosa giusta’, sottolinea la ricerca, anche quando le condizioni socio-economiche della famiglia non sono ottimali.

Formare il capitale psicologico dei bambini

Ma se il ‘genitore modello’ non esiste, e nemmeno la genitorialità perfetta, quali sono i punti cardine da tenere presenti perché i figli, un giorno, diventino adulti con risorse, con un buon “capitale psicologico”? Tra i tantissimi suggerimenti che forniscono Bombi e Caprara, ci sono quelli che definiscono i “Quattro ingredienti del successo”, laddove il ‘successo’ è ovviamente quello psico-emotivo. Eccoli.

La speranza. “Nel quadro della psicologia positiva si dice che una persona ha speranza quando è motivata a raggiungere un obiettivo e intraprende un percorso idoneo a tal fine. Benché si tenda a pensare che la speranza sia una disposizione individuale piuttosto stabile, gli esperti suggeriscono vari modi per incentivarla”. Come? Incoraggiando a raggiungere obbiettivi sul breve termine, focalizzando la speranza di successo in una sequenza di passi nella giusta direzione, sottolineando i piccoli successi e cercando di trovare soluzioni alternative in caso di fallimento. “Solo così la speranza non si confonde con il pensiero magico e diventa semmai una virtù”.  

L'ottimismo (realistico). Per spiegare questo concetto, i due psicologi portano il seguente esempio, che ha per protagonista un alunno di terza elementare: “immaginiamolo afflitto da un compito di aritmetica andato male: ammette che in classe si è distratto ma, a mo’ di spiegazione, aggiunge ‘tanto l’aritmetica non la capisco e non la capirò mai’… È utile il suo flagellarsi? Decisamente no! Il primo passo per farlo uscire da questa situazione sarebbe quello di fargli accettare quanto è successo come un dato di fatto e spostare la sua attenzione verso il futuro, in cerca di una soluzione: ‘Chi potrebbe aiutarti a capire?’, ‘Dove stavano le difficoltà del compito?’. Se il fallimento non viene più attribuito fermamente a una qualità personale immodificabile, si schiude la porta a una disposizione più costruttiva, in grado di contribuire a un cambio di rotta”.

La resilienza. “Per noi psicologi è la capacità di far fronte positivamente agli eventi negativi”, spiegano Bombi e Caprara, “E ognuno di noi ne possiede almeno un po’”. Come stimolare nei propri figli la capacità di adattarsi al cambiamento, anche quando è negativo, preservando la propria funzionalità? I due esperti consigliano di dare il giusto peso ai valori “poiché ci aiutano a confrontarci nel modo migliore con i momenti difficili: porre attenzione alla differenza tra bene e male, avere delle linee guida nella vita che vadano oltre al ‘qui e ora’, spendersi anche a favore degli altri, sono dimensioni dell’esistenza che ci permettono di guardare avanti e proprio per questo aumentano la nostra resilienza. Orientare i figli ai valori con l’esempio, lo stile di vita, il dialogo, significa non solo farne delle persone per bene, ma anche accrescere la loro resilienza e prepararli meglio ad affrontare la vita”.

L'autoefficacia. In parole povere, crederci, ossia “la convinzione di possedere la motivazione e le capacità necessarie per portare a termine con successo uno specifico compito in un dato contesto”. Mentre l’autostima può essere anche del tutto irrealistica, l’autoefficacia è “uno stato mentale che aggiunge a conoscenza e pratica, senza le quali ovviamente non si può combinare niente di buono, un sentimento di sicurezza e fiducia nelle proprie capacità”. Tornando all’esempio dell’alunno in difficoltà di fronte alla matematica, gli psicologi ipotizzano: “potrebbe invece sentirsi capace di imparare a memoria una poesia o scrivere dei pensieri… e quanto più numerosi sono i compiti che una persona ritiene di padroneggiare, tanto maggiore è la confidenza con cui può affrontare situazioni nuove, anche impegnative”.

Ma attenzione, l’autoefficacia non va infusa solo ai figli: è importante che anche i genitori ne possiedano. Rispetto a questo tema, Bombi e Caprara aggiungono “Tra gli aspetti del capitale psicologico che abbiamo appena descritto, pensiamo che l’autoefficacia emotiva e relazionale sia la componente cruciale perché una madre e un padre possano affrontare in modo costruttivo le molte sfide della genitorialità”.