Parentalizing: quando ti trasformi nella “mamma” del tuo uomo

All'inizio avere una partner che si prende cura di tutto nel quotidiano può sembrare un vantaggio, ma ben presto genera un forte senso di frustrazione portando il compagno a ribellarsi e a chiudere il rapporto. Proprio come è accaduto a Vanessa che ha "soffocato" il suo fidanzato fino a perderlo. La psicoterapeuta analizza per noi questo tipo di relazione sbilanciata e ci fornisce le chiavi per uscirne
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“Sono sempre stata molto accudente nei confronti delle persone che amo. Con Gianluca questo mio aspetto è diventato preponderante e alla fine ha mandato all’aria la nostra relazione. Perché invece di essere la sua donna, mi sono trasformata nella brutta copia di una madre.

Quando siamo andati a vivere assieme, invece di rispettare i suoi spazi e i suoi modi di gestire la vita, ho iniziato a trattarlo come un bambino da proteggere, da redarguire, da curare e a cui badare. Ne parlo ora con sicurezza, ma la consapevolezza è tardata ad arrivare; ho faticato a comprendere di aver superato questi confini, ho continuato a replicare uno schema sbagliato per molto tempo, in modo istintivo e in buona fede. Gianluca è sempre stato un po’ distratto, così ho iniziato a tenere traccia di chiavi, occhiali e portafogli per metterglieli in tasca all’occorrenza; a ricordargli le cose da fare, perfino a preparargli la borsa della palestra. Credevo di essergli utile e di dimostrare in questo modo il mio amore. Poi ho iniziato a prendere appuntamenti per lui, dal dottore al commercialista, a fargli la valigia quando partiva per lavoro. Alla fine ho iniziato a riprenderlo su certi comportamenti, come se fosse un figlio. Questa escalation di iperprotezione è stata vissuta da Gianluca come una mancanza di rispetto, i miei gesti protettivi hanno iniziato a innervosirlo fino a togliergli il fiato. Me lo ha detto in un colpo solo, all'improvviso, quando mi ha lasciata. Era esausto - ha confessato - di dover fronteggiare questo mio atteggiamento materno: «Ho bisogno di una compagna di vita, non di un’altra madre», mi ha detto chiudendo la porta dietro di sé”.

Vanessa, 42 anni di Bologna

L'esperta: questo tipo di atteggiamento causa gravi danni

“In ogni relazione sentimentale c'è il prendersi cura dell'altro, reciprocamente, ma restando adulti entrambi. Ovvero, mantenendo le distanze nell'avvicinarsi, senza mai far mancare il rispetto degli spazi e dell'autonomia personale. Ci si accudisce vicendevolmente quando si hanno periodi difficili come anche nelle piccole cose, quando ci si scambiano gesti che assumono il valore di coccola”, afferma Nicoletta Suppa, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa. Il parentalinzing, invece, è tutt’altra cosa. Un processo che può recare un grave danno alla tenuta della coppia, portando al declino del rapporto come accaduto alla lettrice che ci ha consegnato la sua storia: “Si usa questo termine quando i partner assumono i ruoli di genitore-figlio nella relazione amorosa", spiega Suppa. "In pratica, uno dei due inizia a fare da madre o da padre all'altro, che necessariamente si sentirà figlio, nel bene e nel male. Non dipende dall'età e non accade, come si potrebbe pensare, quando i partner hanno una grande differenza di età. È un meccanismo che può scattare anche in coppie di coetanei o perfino può accadere che sia il partner più giovane ad assumere il ruolo di genitore. Nella dinamica della genitorializzazione i ruoli solitamente diventano rigidi e costanti, si mettono in piedi schemi ben precisi cui pian piano ci si abitua, perché all'inizio sono comodi per entrambi, ma alla lunga diventano una prigionìa. Con effetti negativi e deflagranti per la coppia”. Cerchiamo di comprenderne meglio le dinamiche e guardare a quali segnali di allarme è bene prestare attenzione.

Partiamo dal caso di Vanessa. Quali sono i motivi che portano a trattare il proprio partner come un figlio?

“Le cause possono essere rintracciate seguendo due filoni. La “genitorializzazione” del rapporto può derivare dall'incontro di due bisogni complementari, ma anche dalla predisposizione relazionale dei singoli partner. Stando al primo punto, solitamente quando si sceglie un partner lo si fa inconsapevolmente anche perché corrisponde a propri bisogni affettivi. Molte persone hanno la necessità di essere accudite, che qualcuno si prenda cura di loro e le guidi. Queste possono cercare nel partner queste caratteristiche relazionali ed essere attratte da personalità accudenti, sempre affidabili e dediti all'altro. Viceversa c’è chi ha un profondo bisogno di prendersi cura del proprio compagno o compagna, di esaudire i suoi desideri e di essere un suo punto di riferimento. In questo caso si è attratti da un partner richiedente o bisognoso di questo "calore materno".

In merito alla predisposizione personale dei singoli partner a essere genitore o figlio nella relazione amorosa, questa si evidenza nel collezionare relazioni sentimentali di questo tipo. Il ruolo che si assume va quindi al di là dello specifico partner, si mette in atto anche con compagni diversi. Dirò di più, solitamente la persona assume questo ruolo anche nelle altre relazioni della propria vita, come quelle amicali o anche con i colleghi di lavoro. Questa ricerca di un partner-genitore o di un partner-figlio potrebbe essere causata anche da un rapporto non risolto con le proprie figure genitoriali”.

Ci sono dei segnali che possono far capire che si sta “genitorializzando” il compagno?

“Nell'assunzione del ruolo genitoriale in una relazione amorosa possono emergere gradualmente dei segnali ben riconoscibili, primo tra tutti il pensare al partner come una persona che ha bisogno di noi. Solitamente chi assume il ruolo di genitore inizia a non saper più delegare all'altro ciò che riguarda la conduzione del quotidiano, come fare la spesa, pensare alle attività della casa, la gestione dei figli o semplicemente l'organizzazione delle vacanze. Insomma, tutto ciò che concerne la coppia e la famiglia non viene più demandato, ma il partner-genitore se ne assume la responsabilità. Attenzione, questo non vuol dire che non viene richiesto al partner-figlio di fare le cose, ma esse devono essere svolte come il partner-genitore decide. Questa non è una delega, ma sempre una forma di comando. Altro segnale è l'eccessivo accudimento, come il preparare tutto per l'altro, la presenza costante, la preoccupazione continua che stia bene. Uno dei segnali più pericolosi per l'equilibrio della relazione è lo sviluppare una forma di controllo nei confronti del partner, così come si farebbe con un figlio, quindi voler conoscere tutti i suoi movimenti o pretendere di sapere con chi passa il tempo durante la giornata”.

Questo atteggiamento lo mettono in atto soprattutto le donne?

“Senza voler generalizzare, nella donna il ruolo materno nei confronti del partner si presenta più frequentemente perché è legato all'accudimento. L'accudire l'altro è una prerogativa che nella nostra cultura è associata alla donna, che fin da bambina viene abituata a farlo. Si tratterebbe quindi di un bisogno affettivo femminile, che attraverso l'atteggiamento materno la donna soddisfa e, come spesso viene riferito, si completa. Questo bisogno, spesso, incontra quello maschile di accudimento, dovuto probabilmente al ruolo dell’uomo che nella nostra cultura è sottoposto al peso di aspettative di performance molto pressanti. "L'uomo che non deve chiedere mai" si ritrova spesso nella coppia a essere richiedente, quasi per un meccanismo compensatorio”.

Il parentalinzing spesso si mette in atto quando si hanno alle spalle tanti anni di matrimonio o di convivenza?

“Partendo dal presupposto che può accadere anche in una relazione non ancora lunga, dopo tanti anni di matrimonio o convivenza è più facile trovare dinamiche di questo tipo perché si creano tra i partner quelli che sono definiti meccanismi di mantenimento, che contribuiscono a conservare lo status quo della situazione. Questi ruoli genitore/figlio garantiscono anche dei vantaggi in termini psicologici che però alla lunga risultano danneggiare la relazione. Eppure dopo molto tempo, se non c'è la capacità di guardarsi con occhio critico, queste dinamiche si cristallizzano. Si crea una sorta di equilibrio disfunzionale che si mantiene fin tanto che i vantaggi superano gli svantaggi. Tra i benefici ci sono il mantenere la relazione in equilibrio e il soddisfare i propri bisogni affettivi. Tra i danni ci sono la mancanza di libertà e, alla lunga, l'insofferenza nei confronti dell'altro”.

Perché questo comportamento non fa per niente bene alla coppia?

“Proprio perché questi ruoli non preservano la libertà dei singoli all'interno della relazione. Quando la genitorialità prende il sopravvento, viene a mancare la possibilità di esprimere le proprie individualità, sbilanciando così il rapporto. Il partner-figlio si sentirà alla lunga sottomesso, oppresso e appesantito. Quelli che inizialmente erano vantaggi, cioè avere un partner che si prende cura di tutto e non avere troppe responsabilità nel quotidiano, diventano fonte di frustrazione perché limitano la libertà. Il partner-genitore agisce una forma di controllo attraverso l'eccessivo accudimento, un controllo dal quale il partner-figlio sentirà di voler sottrarsi.

Il rovescio della medaglia è che anche il partner-genitore inizierà a sentirsi oppresso dalle responsabilità e "solo" nel portare avanti la gestione del quotidiano, probabilmente anche nel trainare la relazione. Curare continuamente l'altro non permette di avere spazi personali. Inoltre il partner-figlio potrebbe apparire al partner-genitore come una persona di cui si ha poca stima e poca fiducia, demotivandolo nei confronti della relazione”.

  Come si fa a cambiare rotta e avere un rapporto paritario, mettendo uno stop a questo comportamento?

“La chiave di svolta di questo tipo di rapporto è ricreare una sana distanza tra i due partner. A volte è necessario fare un lavoro su sé stessi, per affrontare i propri bisogni affettivi che hanno generato questo tipo di incastro relazionale. Non è facile svincolarsi da questi ruoli perché essendo complementari creano dipendenza affettiva: l'uno ha bisogno dell'altro per agire il proprio ruolo. Il partner-genitore dovrebbe iniziare a delegare di più, ma questo comporta il sapersi fidare, mentre il partner-figlio dovrebbe imparare a comunicare con l'altro in maniera più adulta e alla pari”.