Mamma o genitore? Primark accende la polemica sulla terminologia inclusiva

La linea prémaman della catena britannica viene presentata come una collezione per ‘genitori’, e sui social si infiamma il dibattito: eccesso di politicamente corretto o linguaggio inclusivo?  
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Primark, la catena di abbigliamento britannica presente in molti paesi del mondo, tra cui l’Italia, ha lanciato la linea autunno inverno dedicata alla gravidanza, e l’ha presentata via Instagram come ‘parenthood collection’, ovvero una collezione dedicata alla ‘genitorialità’. Una scelta di linguaggio che ha scatenato un piccolo ma sentito dibattito sui canali social del brand, e in generale sui media britannici, perché la linea propone capi prémaman, ma nell’annunciarla non viene menzionata la maternità.

Ecco che, da un lato, la catena è stata tacciata di eccessiva genuflessione al mondo ‘woke’, al cosiddetto ‘politically correct’, dall’altro c’è chi ha apprezzato l’uso di un linguaggio inclusivo.

Numerosi commenti al post di presentazione della linea sottolineano che, secondo loro, la parola corretta da usare è ‘maternity’ o ‘motherthood’, visto che la linea di abbigliamento è composta esclusivamente (almeno per ora) di capi belli e comodi da indossare con il pancione. Qualche utente particolarmente risentita imputa al post la volontà di ‘cancellare’ le donne: la gravidanza è donna, la maternità non è una questione di punti di vista ma di biologia, scrivono. Qualcuno reputa il post addirittura offensivo nei confronti delle donne. Dall’altra parte c’è chi replica chiedendo cosa ci sia di così offensivo nel chiamare le mamme ‘genitori’, e che male ci sia ad utilizzare un termine-ombrello se esso è percepito come più inclusivo dalle persone trans, non-binary, intersex.

Il dibattito evoca, con toni meno accesi, la discussione sulle ‘persone che mestruano’, che ha portato sotto i riflettori J.K.Rowling e le sue posizioni, da molti considerate transfobiche, sul sesso biologico e l’identità di genere. Per certi versi ricorda anche la saga tutta italiana di ‘genitore 1 - genitore 2’, usata come spauracchio da una certa politica conservatrice (per usare un eufemismo) che accusa la sinistra vicina alle istanze LGBT+ di voler ‘cancellare’ la mamma e il papà in nome del politicamente corretto. Anche la rivista scientifica The Lancet recentemente è stata travolta da una bufera social per aver scritto ‘persone con la vagina’, ma all’accusa di voler cancellare l’identità femminile, il direttore della testata ha risposto che utilizzare una formula che accolga anche le persone trasgender, non-binary, intersex è importantissimo quando si tratta di salute.

La scintilla si riaccende ogni volta che un articolo, un brand, una pubblicità utilizza termini che aggirano il binarismo di genere utilizzando termini inclusivi, perché si ritiene (e si teme) che in nome di una minoranza di persone potenzialmente ‘offendibili’ si neutralizzi quella che è invece la realtà delle cose per la maggior parte della popolazione mondiale.

Eppure, come sottolineano le linee guida del Parlamento Europeo sulla Neutralità di Genere nel Linguaggio “Un linguaggio neutro o inclusivo sotto il profilo del genere va ben oltre il concetto di ‘politicamente corretto’. Il linguaggio infatti è, di per sé, un potente strumento che contemporaneamente riflette e influenza gli atteggiamenti, i comportamenti e le percezioni”.

Per linguaggio inclusivo si intende non solo l’attenzione alle declinazioni delle parole, dei sostantivi, degli aggettivi verso il genere neutro (che in italiano non esiste, e crea perciò qualche problema in più rispetto alla lingua inglese), ma anche la volontà di usare termini-ombrello che possano includere tutti e tutte, donne, uomini, intersex, persone trans, non-binary. Genitori quindi, al posto di mamma o papà. Persone, al posto di uomini e donne.

Probabilmente Primark ha voluto cavalcare l’onda del momento, ben consapevole che la collezione avrebbe ottenuto molta più visibilità se si fosse innescata la scintilla della discussione pubblica. Anche perché, sul sito ufficiale si utilizza tranquillamente il termine ‘maternity’. Come sempre accade quando il capitalismo e il marketing si insinuano nelle tematiche politiche e sociali, il dibattito rischia di diventare superficiale. Ma allo stesso tempo la catena inglese ha proposto l’ennesimo spunto per riflettere su cosa sia davvero il linguaggio inclusivo e su quanto siamo pronti e pronte ad abbracciarlo.