Paul Gauguin in un autoritratto del 1889 circa 

Controvento. Dal porto di Marsiglia fino al sogno della Polinesia il viaggio di Paul Gauguin e il fiore tra le mani

In un giorno del 1891, per fuggire dagli ululati di Parigi, il pittore lasciò il porto di Marsiglia per andare alla ricerca della vertigine dell'arcaico. Attraversò il mar Mediterraneo, il Mar Rosso, il Golfo di Aden, l'Oceano Indiano e, infine, in mezzo al Pacifico, arrivò alla sua meta. Solo lì, confessò, riuscì a raggiungere la capacità di restituire la sensazione musicale che fluisce dal colore

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Forse già allora era un’illusione attraversare quasi l’intero mondo, imbarcarsi su un piroscafo e inoltrarsi tra gli oceani per risalire fino alla vertigine dell’arcaico. Non lo sapeva Paul Gauguin quando nel 1891 lasciò il porto di Marsiglia. Per lui, nel momento della vita in cui era giunto, quello si presentò, quasi paradossalmente, come l’unico modo concepibile di prendere di petto l’interrogativo che smuove e scuote il vivere d’ognuno. In una lettera scritta nel novembre del 1889 all’amico pittore Émile Bernard, confessava che, di tutti gli sforzi di quell’anno, gli restavano soltanto "gli ululati di Parigi".

Quando era salito sul piroscafo Océanien delle Messageries maritimes, la compagnia marittima a cui tanto doveva l’ascesa dell’impero coloniale francese, Gauguin aveva con sé una lettera ufficiale di raccomandazione per il governatore francese a Tahiti. Grazie al suo amico Ernest Renan era riuscito a ottenere, per quel viaggio, l’avallo del ministero dell’Istruzione e della Cultura. Il paquebot era lungo circa centotrenta metri e largo poco più di dodici. Tre alberi per le vele. Affusolato, portava novanta passeggeri in prima classe, quarantaquattro in seconda e settantacinque in terza. Pur di partire Gauguin era arrivato al punto di vendere molti dei suoi dipinti.

Il mondo cominciò a sfilare lungo i fianchi del piroscafo. Imperi e colonie. Potere e conquiste. Il mar Tirreno, le coste africane, l’Egitto allora sottomesso a Londra. La costa, che in quel punto andava lentamente divenendo bassa, si fece avanti. Quando arrivò a Port Said, mentre la nave faceva sosta al Canale di Suez, acquistò diverse cartoline con le copie di alcune pitture. In una c’era Maria con quel suo bimbo così straordinario in una posa che lo colpì a fondo. In quei giorni Gauguin aveva baffi folti e capelli lunghi. Era stato marinaio, e si vedeva.

Il piroscafo procedeva a una velocità di quindici nodi. Le caldaie a carbone, il respiro del mare che soffiava. Ci si muoveva con la lentezza di un coccodrillo sotto il sole. Il paquebot fece scalo ad Aden d’Arabia. Qualche giorno ancora. L’attesa che si dilatava. Poi, verso l’arcipelago delle Seychelles, verso Mahé, l’isola più grande, l’isola dell’abbondanza. Il selvatico e il potere. Le civiltà e le armi. I popoli che scompaiono e quelli che sopravvivono. Gauguin sembrava quasi un uomo nel mezzo del guado. Un francese, che da parte materna aveva sangue del Perù, terra di conquiste e distruzioni, fuggiva verso un’isola, anch’essa colonia francese, per cercare quel che i coloni, sperava, avessero risparmiato.

Un mese intero ci volle solo per attraversare l’Oceano Indiano. Il Madagascar, Réunion, Mauritius. Le isole come tappe di avvicinamento. La loro natura. L’apparente intoccata vitalità. Il tempo intessuto della distesa del mare. Le pochissime parole scambiate con gli altri passeggeri. Il viaggio in mare, lungo, estremo, continuo, sembrò avere un effetto calmante su di lui. Nulla rimaneva uguale a prima. I capelli erano cresciuti e gli arrivavano ampiamente alle spalle. Il piroscafo aveva raggiunto l’Australia. Gli scali ad Adelaide, Melbourne e poi Sydney. A Gauguin apparirono come copie banali di agglomerati urbani britannici. Dopo oltre quaranta giorni di viaggio in mare, il piroscafo infine approdò a Nouméa, nella Nuova Caledonia.

Tutto quel viaggio, in fondo, non era altro che una somma di rotte coloniali. Egli stesso, il viaggio stesso, erano divenuti un paradosso: cercare l’arcaico seguendo le piste di chi lo aveva distrutto. E così andò incontro al Mar dei Coralli, alla baia dei cedri, alle araucaria, alle palme di noci di cocco e ai maestosi alberi del fuoco con quella fioritura così accesa tra il rosso e l’arancio. Dopo Nouméa, si imbarcò ancora. Grazie allo status di viaggiatore in missione culturale per conto del ministero, gli venne garantita la possibilità di imbarcarsi sulla nave da guerra La Vire. Ci vollero altri diciotto giorni di mare.

Solo allora, durante la notte, dopo mesi di abbandono, silenzi e immaginazioni, intravide degli strani fuochi muoversi a zig-zag. La rotta della nave aggirò Moorea e infine avvistò la terra a cui anelava: Tahiti. A Papeete Gauguin rimase solo un giorno. Quel che aveva trovato era inservibile alle sue necessità. Andò ancora più avanti. Arrivò a un villaggio a mezzogiorno e lì, in una radura, trovò la capanna dove sistemarsi. Tra sé e il cielo, solo le foglie di pandano a forma di spada, dove le lucertole facevano il nido. La prima notte, in quel silenzio, non sentì altro che il battito del proprio cuore. Era infine "lontano, molto lontano, dalle prigioni che sono le case europee". Venne così quello che lui considerava l’arcaico mondo. Rileggendo il libro che Gauguin redasse negli anni successivi, rileggendo le lettere scritte da laggiù, rimane la sensazione che i suoi pensieri di quei giorni, di quella immersione in un mondo sconosciuto, restino inconfessati e per sempre chiusi nella sua mente. Vertiginosi e muti. L’unica immagine, arrivata fino a noi, che si dice lo ritragga in quel mondo, mostra un volto esterrefatto, allucinato.

All’inizio del 1892 venne portato in ospedale e a giugno era così povero che chiese alle autorità francesi di essere rimpatriato. Quando ripartì per la Francia nel giugno del 1893, facendo il viaggio all’inverso, portò con sé numerose sculture e sessantasei pitture. Tra queste c’erano Donna con fiore e Donna con mango. Poi partì di nuovo, e a spingerlo fu come una disperazione, un’illusione. Di nuovo in quell’antro di mondo dove finì di vivere molto presto. Lasciò ancora tanti quadri. Tra questi c’era Da dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo?, il dipinto con gli alberi blu e l’uomo, proprio al centro del quadro, quasi di un colore luminoso e solare, che prova a raccogliere un frutto.

In un testo ritenuto opera di Samuel Taylor Coleridge un uomo si addormenta e nel sogno sale fino al cielo, dove riesce a cogliere un "mirabile fiore". Coleridge, per chiudere quel pensiero, per compiere un balzo, si chiede: "E se al risveglio quel fiore fosse fra le tue mani?". Il viaggio di Gauguin verso l’arcaico era stato solo un’illusione? Era stato un sogno? Di quel che aveva vissuto laggiù, disse che per la prima volta nella vita era riuscito a toccare ciò che aveva sempre cercato: il colore come "il linguaggio dell’occhio che ascolta". Lì raggiunse la capacità di "dare la sensazione musicale che fluisce dal colore, dalla sua propria natura, dalla sua interna, misteriosa ed enigmatica forza".

Quel mondo in cui si era rifugiato era sull’orlo della dissolvenza, una stella che emanava le ultime luci, un sogno che stava per svanire. Di quell’illusione, di quel sogno, ora, davanti agli occhi di ciascuno di noi, ci sono quei quadri che, come nel caso dell’uomo che si addormenta e sogna di salire in cielo, somigliano ai fiori che al risveglio ci si ritrova tra le mani.


*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi