Trame. Dal gioiello al bijou: storia e significato dei preziosi dall'antichità a oggi

I preziosi servono ovviamente per fare colpo su un’altra persona, ma insieme raccontano anche una storia. E mentre Roland Barthes analizzava in un saggio come il gioiello si laicizza con l'avvento del bijou, spiegando indirettamente il successo di marchi come Swarovski, la studiosa di storia delle religioni Wendy Doniger mette in evidenza il legame tra gioielli, sessualità e potere. Risaliamo quindi nel tempo per capire come nascono le diverse interpretazioni e come influiscono sulle nostre scelte
 

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Nel 1961 Roland Barthes scrisse per la rivista Jardin des arts un articolo intitolato Dal gioiello al bijou (ora si trova in R. Barthes, Il senso della moda, a cura di Gianfranco Marrone, Einaudi) per raccontare una fondamentale trasformazione del gioiello in un “nonnulla”, in un elemento decorativo per quanto dotato di grande energia. Oggi il bijou è venduto nei negozi di moda e non certo nelle gioiellerie. Purtroppo il semiologo francese non ha avuto modo di conoscere l’ascesa dei “gioielli” Swarovski, che hanno riempito quello spazio tra la grande gioielleria e i negozi di bijou usando il cristallo in una storia aziendale che dura da oltre cento anni con varie trasformazioni di stile e metodi produttivi. Di sicuro Barthes aveva individuato un tema importante che poi ha avuto uno sviluppo ulteriore nella moda contemporanea in particolare a partire dagli anni Ottanta.

Due anni fa è uscito un libro notevole che tutti coloro che operano nella moda dovrebbero leggere, e non solo loro perché costituisce una straordinaria immersione nel mondo del gioiello. Si intitola L’anello della verità e lo ha pubblicato presso Adelphi una studiosa di storia delle religioni, Wendy Doniger. Un volume ricchissimo e complesso che mostra l’importanza che ha il gioiello nella storia dell’umanità. Doniger usa soprattutto fonti letterarie, autori come Shakespeare, ma anche antiche leggende indiane, di cui è una studiosa e specialista. Il suo interesse nasce, come racconta nella introduzione, da una storia famigliare e personale. Parlando di gioielli persi e ritrovati, di pesci e creature marine che riportano ai legittimi proprietari anelli smarriti, che creano e distruggono fortune economiche ed affettive, Doniger espone la sua tesi principale che collega i gioielli al sesso.

Ma prima di parlare di cosa è cambiato da quei tempi antichissimi e remoti a oggi, vale la pena raccontare alcune parti di questo libro, che consta di quasi 400 fitte pagine di storie e interpretazioni di miti e leggende. Il punto di partenza è sicuramente, oltre al legame tra anelli e sessualità, quello tra anelli (e gioielli) e potere. Non a caso il più diffuso e letto libro-saga, Il Signore degli Anelli, si fonda su questa connessione. Il gioiello, scrive Doniger, riguarda il potere sul corpo, di cui la sessualità, sia come piacere che come mezzo di riproduzione, è una delle componenti fondamentali. Molte leggende si fondano infatti sulla necessità degli esseri umani di perpetuarsi, di sopravvivere non solo come singoli, ma anche come gruppo, tribù, popolo, stirpe. Gli anelli sono oggetti semiotici per eccellenza, significano di continuo. Gli antichi greci li usavano come pegni d’amore, ma non esattamente come anelli matrimoniali; anche i romani li utilizzavano, ma per stabilire promesse e pegni futuri. Sono loro che creano l’annulus pronobus, l’anello di matrimonio, di cui poi si appropriano le autorità ecclesiastiche cristiane alla fine dell’epoca tardo antica, che stabilisce il pegno visibile di un contratto stabilito tra coniugi. Ma prima ancora degli anelli ci sono le collane, altro oggetto topico nella moda di tutti i tempi, composte inizialmente di conchiglie o di denti di animali come si vede ancora oggi, segno di una lunga durata, nel cartone animato La principessa Mononoke di Miyazaki, e come testimoniano i reperti scavati in antiche sepolture. I paleontologi parlano del passaggio all’Homo adornatus.

Liz Taylor con alcuni suoi gioielli 

I gioielli servono ovviamente per fare colpo su un’altra persona, ma insieme raccontano anche una storia. In una inserzione del luglio del 2003 Tiffany proclamava: “Ogni anello ha una storia da raccontare”, che non è altro che la ripresa di una frase pronunciata da Elizabeth Taylor che mostrando i suoi gioielli in una intervista disse: “Ciascuno di loro ha una storia”. Raccontare storie è una passione dell’Homo sapiens e secondo alcuni è quello che ci avrebbe fatto umani. Naturalmente i gioielli, a differenza dei bijou, sono ambivalenti, o come scrive Doniger, bipolari, cioè indicano due cose opposte nello stesso tempo. Così nelle fiabe, e non solo, l’anello di verità è sempre accompagnato dal suo lato di bugia o menzogna. I gioielli in origine sono spesso pensati come parti del corpo, come ci testimoniano le metafore usate: denti come perle, labbra come rubini, occhi lucenti come diamanti, capelli dorati. Philip Roth in un suo romanzo, Il teatro di Sabbath (Einaudi), fa dire a un suo personaggio, ricorda l’autrice: “Perché mai le donne vogliono i gioielli quando hanno quello? Che cos’è un rubino al confronto?”. L’allusione è al clitoride. Se si pensa che le statue delle divinità nel mondo antico spesso erano nude, ricoperte solo di gioielli, come una piccola immagine bronzea proveniente dal Pakistan di 2000 anni a.C.: una danzatrice nuda spavalda con una sola collana al collo e i bracciali che pendono dalle braccia. Non bisogna dimenticare che lo stesso tatuaggio in origine aveva questo significato di ornamento. In molte culture la metafora del corpo fa sì che l’anello al dito raffiguri spesso l’amante assente cui si è legati, e diviene così simbolo del corpo sessuale maschile. Nella lingua tibetana la parola che indica i genitali maschili è “gioiello”.

Il feticismo dell’anello indossato dalle donne è spesso nei racconti e nei romanzi eccitante per l’uomo, là dove il dito infilato nel medesimo è metafora del fallo maschile. Wendy Doniger racconta molte storie al riguardo, ma per tornare al bijou di Barthes, da cui siamo partiti, c’è un aspetto interessante al riguardo: in francese la parola bijou indica i genitali femminili, cosa che è presente anche in Shakespeare nel termine “ring”, “anello”. Così è anche nel folclore russo raccontato da Aleksandr Nikolaevi? Afanas’ev. Chi non conosce  al riguardo il bel romanzo di Denis Diderot, non ha che da leggerlo. S’intitola I gioielli indiscreti. Vi troverà i “gioielli” delle donne che parlano sottovoce mentre proprio un anello amplifica il volume di queste parole. Questo potere magico è testimoniato dal famoso anello di Re Salomone che gli consentiva di parlare con gli animali e di udirne le storie come ricorda anche il libro dell’etologo Konrad Lorenz. E gli anelli pescati in fondo al mare attraverso l’amo di poveri pescatori, che aprono i pesci e trovano anelli portentosi? Anche questi secondo l’autrice avrebbero a che fare con le vicende amorose: l’anello del pesce e la donna amata sono collegati come narra il film di Tim Burton Big Fish. Le storie di una vita incredibile. La pellicola prende origine, oltre che dal materiale folklorico di fiabe e leggende, anche da episodi realmente accaduti di cui Wendy Doniger, ricercatrice indefessa, trae notizia da ritagli di giornali, cronache locali e rubriche di “Strano ma vero”.

Sono in particolare le storie della tradizione indiana, che ha ampiamente rifornito Le mille e una notte, a procurare alla studiosa molti esempi di ritrovamenti di anelli, che identificano sovente la paternità regale del figlio avuto dalla contadina; sono oggetti che possiedono anche un valore magico, com’è evidente nelle storie di streghe che alimentano le fantasie del medioevo cristiano in una ibridazione tipica del racconto. Come ci ricorda Lévi-Strauss i mitografi antichi svolgono il lavoro di rammendatori: prendono una storia in una tradizione precedente e la cuciono con un’altra, per cui l’attività del cucito, antichissima pratica umana, costituisce un modello di fabbricazione di patchwork narrativi. Uno degli ultimi capitolo del libro si intitola I diamanti sono i migliori amici delle ragazze?. Inizia con la teoria del consumo vistoso di Thorstein Veblen (La teoria della classe agiata), dove si parla dell’acquisto dei gioielli per mostrare il proprio potere economico e sociale, in funzione della valorizzazione della propria posizione nella scala sociale dell’Ottocento e del Novecento. A questo riguardo bisogna ricordare il caso De Beers, che ha inventato di fatto la moda dell’anello di fidanzamento con diamante, che in precedenza non esisteva; si tratta del cosiddetto “solitario”, che ancora oggi le pubblicità presentano come un gioiello dal “significato profondo”. Con questa creazione mitica De Beers ha assunto a partire dall’Ottocento un dominio incontrastato nell’industria diamantifera.

Il suo fondatore Cecil Rhodes cominciò vendendo pompe ai minatori in Sudafrica, poi acquistò diritti estrattivi e diede il via al suo lucroso commercio. La De Beers, come ha scritto anni fa l’Economist, non vende solo pietre rilucenti, ma simboli, miti e persino magie: illusioni su scala mondiale. Il diamante come talismano è diventato un gioiello fondamentale in molte realtà contemporanee. Lo slogan che ha fatto breccia nell’immaginario è: “Un diamante è per sempre”, ideato da Mary Frances Gerety, una copywriter della Ayer nel 1948, il quale a sua volta discende da un romanzo di Anita Loos del 1925: Gli uomini preferiscono le bionde (Sellerio), dove è scritto: “Un baciamano può farti sentire molto molto lusingata, ma un bracciale di diamanti e zaffiri dura per sempre”. Doniger sottolinea come questa “epocale esaltazione del diamante” è opera di due donne e non di due uomini. Le pagine del capitolo sono una storia nella storia, e inseguono la diffusione di quella celebre frase attraverso i film, la pubblicità, quella di Tiffany in particolare, fino ad arrivare alla mitologia delle “cattive ragazze” del cinema americano con Marilyn Monroe che recita nell'omonimo film di Howard Hawks. Poi c’è Una cascata di diamanti dell’Agente 007, sesto e ultimo film interpretato da Sean Connery, dove Bond pronuncia la celebre battuta: “Avevano torto. La morte è per sempre, certo. Ma anche i diamanti”. L’anello della verità è una miniera di storie che si intersecano e portano ognuna su un sentiero diverso, a volte ampio come una autostrada. E il bijou di Barthes? La sua tesi è che il gioiello si laicizza con il bijou. Se la moda è un linguaggio, come ha scritto il semiologo francese, è attraverso di essa che il sistema di segni che la costituisce, per quanto fragile possa a volte apparire, comunica il proprio modo d’essere. Ci dice cosa una società pensa di sé stessa. Viviamo in un tempo laico e democratico, e il bijou ce lo mostra in modo efficace. Fino a che la ricchezza regolava la rarità del gioiello, scrive Barthes, il prezzo era la misura del suo valore. Nelle società moderne di massa, se una cosa diventa alla portata di tutti, per quanto ancora differenziata al suo interno, tutto si modifica. Questo avviene quando l’opera diventa un prodotto; allora “bisogna che sia sottoposta a una discriminazione d’ordine diverso”. Questo nuovo ordine è il “gusto”, di cui la moda è giudice e custode. Perciò esiste il bijou di cattivo gusto e quello di buon gusto. Il secondo non può essere esagerato, non deve avere lo stigma della ostentazione del passato che fondava prestigio e magia. Il bijou deve essere, scrive nel 1961 Barthes, sobrio, e visibile solo agli intenditori. Ecco qui il modello Swarovski applicato. I tempi cambiano, ma i meccanismi della reputazione restano gli stessi.