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Una storia azzurra: da Missoni a Armani, gli stilisti che hanno vestito le Olimpiadi moderne

Le maglie della nazionale ai Giochi che vedono sfidarsi le eccellenze atletiche di tutto il mondo hanno più che un semplice valore estetico: devono rappresentare il popolo in campo, con un mix di colori, linee e funzionalità. Una sfida raccolta nell'ultimo secolo da grandi stilisti e brand sportivi del momento, per un'evoluzione delle divise degli Azzurri al passo con le mode. 

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Quando si parla di maglie della nazionale, per tutti gli sport, si va ben al di là di una questione estetica. Dalle Olimpiadi alla Coppa del Mondo, ciò che è richiesto all'insieme di quella tuta, dai pantaloncini alla felpa fino a scarpe diverse per ogni disciplina e perfino agli spessi e lunghi calzettoni, è che incarnino uno spirito collettivo, che rappresentino un popolo sceso in campo con tutte le sue abilità ed eccellenze. Un'operazione perseguita attraverso colori, tessuti performanti, dettagli funzionali e design accattivante. Alcuni elementi che oggi diamo per scontati, come che le divise siano confezionate da un unico marchio sponsor o che gli italiani vestano di azzurro, sono in realtà frutto di un percorso avviato con la nascita delle Olimpiadi moderne, che ha visto lo sportswear degli atleti mutare con i tempi e con le mode.

 

Azzurro Olimpic

La conta dei Giochi estivi parte dal 1896 ad Atene, in quelle che si considerano le prime Olimpiadi moderne. Le maglie erano allora prevalentemente bianche e non esistevano grandi distinzioni tra i vari team nazionali. Anche i nostri Azzurri sono diventati tali solo a partire dai Giochi di Los Angeles del 1932: per ottenere la tonalità di azzurro che si vede ancora oggi indosso ai campioni occorre attendere anzi il secondo dopoguerra e l'appuntamento con l'edizione di Londra del 1948, quando il maglificio Venjulia di Trieste, con un Ottavio Missoni alle primissime armi nel mondo stilistico - insieme all'atleta Giorgio Oberweger e Livio Fabiani, fondatore dell'azienda - dà vita a un inedito, vivace Azzurro Olimpic su tute realizzate con filato di lana, rese più elastiche da un fiocco di nylon all’interno. Sulle felpe, la scritta Italia è separata da una zip al centro. Agli stessi Giochi nel Regno Unito Missoni si aggiudica il sesto posto nei 400 metri ostacoli e conosce Rosita Jelmini, futura moglie, socia, compagna di creatività. Le maglie saranno riutilizzate alle Olimpiadi del 1960 a Roma. 

La felpa dell'Italia ai Giochi Olimpici di Londra del 1948, esposta a Gallarate, nella mostra per il centenario di nascita di Ottavio Missoni. 

È solo con le Olimpiadi di Montreal del 1976 che viene introdotto l'obblligo per gli atleti di essere vestiti tutti dallo stesso fornitore: i contratti li obbligano a gareggiare e andare sul podio con il marchio dello sponsor tecnico in vista. A dare inizio al nuovo corso è Sergio Tacchini, che proprio in quegli anni faceva conoscere le sue polo ai tennisti. Le divise degli Azzurri, in Canada, si notano per le bande verdi e rosse sui lati, mentre la scritta Italia si rimpicciolisce e finisce sul lato. Il tennista prestato alla moda rifirmerà le maglie degli italiani esattamente vent'anni dopo, ad Atlanta.

 

I brand del momento

Da Sergio Tacchini in poi, si può dire che è il brand sportivo più in voga del momento ad accattivarsi il Comitato olimpico per la realizzazione delle divise delle squadre. Così, nel 1980, a Mosca, è la volta della perugina Ellesse che produceva pantaloni da sci e che nel revers delle tute degli italiani, in Russia, imprime il suo famoso logo, una fusione tra una pallina di tennis tagliata (colorata in arancione e rosso) e le estremità di due sci.

Marcello Bartalini, Marco Giovannetti, Eros Poli e Claudio Vandelli ai Giochi del 1984 a Los Angeles. Vincono l'oro per il ciclismo. 

Quattro anni più tardi, le competizioni mondiali si spostano a Los Angeles e sponsor degli Azzurri è la Fila, di Biella. I XXIIIesimi Giochi olimpici, per l'Italia, sono un successo: ben quattordici medaglie d'oro. Nel 1988 è il turno di Seul e di Trussardi per le tenute. Se l'azienda di Bergamo vantava già quasi novant'anni di storia, la linea Sport segna il suo debutto in Corea, arrivando nei negozi solo un anno dopo. Un caso diverso dai marchi prettamente sportivi prestati come sponsor al Coni per le edizioni precedenti. Il tricolore prende ampio spazio, orizzontalmente, sulle felpe Trussardi indossate degli atleti italiani. Paul & Shark si fa conoscere, nel frattempo, per l'abbigliamento da vela: il simbolo dello squalo che ne rende riconoscibile i capi compare nel 1992 sulle divise azzurre a Barcellona.

 

Il nuovo millennio

Si chiude un secolo e si respira aria di novità. Nell'anno 2000, le Olimpiadi si giocano a Sidney: il brand sponsor degli azzurri era giovane per l'epoca e già così vintage per le nostre orecchie. Si tratta di Playlife, gruppo Benetton, che cambia l'azzurro delle maglie, virando al blu, e ridona centralità alla scritta Italia sulle felpe. Un insieme essenziale e meno sgargiante. Il nostro Paese torna a vincere 13 ori.

Valentina Vezzali e Giovanna Trillini nel 2000 a Sidney. La squadra femminile di scherma si aggiudica l'oro. 

Anche nel 2004 con le novità non si scherza: il marchio sponsor sulle divise, Asics, non è italiano. In omaggio al Paese ospitante, la culla delle Olimpiadi, la Grecia con Atene come capitale dei giochi, gli azzurri diventano bianchi.

Aldo Montano ai Giochi del 2004 ad Atene. Di nuovo un'eccellenza italiana nella scherma. 

Nel 2008, a Pechino, Federica Pellegrini è regina dei 200 metri in stile libero. 

Sebbene nel 2008, a Pechino, a prendere il testimone sia ancora un brand sportivo, Freddy, specializzato nella danza, le tute hanno motivi del prêt-à-porter: l'azzurro, solo sulle polo spesso nascoste, è ancora out, il bianco rimane sui pantaloni e i giubbotti con maxi tasche si tingono d'argento. 

 

L'Italia di Armani

Eccoci rapidamente arrivare ai giorni nostri. EA7 ha stretto infatti il sodalizio più lungo con gli atleti italiani, accompagnandoli nelle competizioni dal 2012 a Londra, passando per Rio de Janeiro nel 2016 fino ai Giochi del "2020". 

Con Giorgio Armani il blu degli Azzurri prende una sfumatura precisa, propria al Re della moda: il blu navy. All'interno delle divise, gesto scaramantico e patriottico allo stesso tempo, è cucito l'inno di Mameli. Il debutto in sordina delle divise griffate nel Regno Unito, nove anni fa, si arricchisce di note pop nei Giochi successivi. In Brasile, Armani fa notare il suo brand con una grande 7 bianco sul petto degli atleti, lo stesso di EA7, nato nel 2004 in collaborazione con la stella del calcio Andriy Shevchenko, storico numero 7 del Milan.

Infine, l'Italia si fonde con il Giappone nell'idea di Armani per il team azzurro a Tokyo, nei Giochi in corso, dove il Tricolore si reinventa in versione Sol Levante, in un'unione astratta delle bandiere. La base degli abiti è blu o bianca, come avvenuto per la cerimonia di apertura del 23 luglio, con atleti in total white. Una scelta non piaciuta a tutti: molti internauti hanno avuto da ridire sulle tenute da 'imbianchini' o da 'Teletubbies' degli italiani.