Dal dolce Stil Novo a Jennifer Lawrence (passando per Marilyn): breve storia degli stereotipi sulle bionde

Ecco come e quando nasce l’equazione “bionda = stupida” stereotipo duro a morire che la scienza tuttavia ha confutato da tempo

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Le bionde lo sanno bene: sin dall’adolescenza, il colore dei loro capelli si trasforma in un pretesto per battute spesso di dubbio gusto, nonché in un banale appiglio per giungere a conclusioni affrettate e poco lusinghiere riguardanti la loro persona. Comunemente, la nascita dell’equazione “bionda = stupida” si fa risalire a Lorelei Lee, l'ironico personaggio interpretato nel 1953 da Marilyn Monroe nel film “Gli uomini preferiscono le bionde”. Lorelei, e con lei purtroppo anche la stessa Marilyn, diventa la prima icona di donna dai capelli chiari superficiale, volubile e capricciosa, stabilendo una sorta di regola non scritta che avrebbe condizionato la società e la cultura da lì in avanti. Basta andare su Google e cercare “barzellette sulle bionde” per rendersi facilmente conto di quanto questo stereotipo sia ancora oggi radicato: gli elementi che provocano (o almeno, dovrebbero provocare) ilarità sono riconducibili alla scarsa intelligenza, alla frivolezza e alla presunta disponibilità sessuale, data quasi per scontata. La domanda, arrivati a questo punto, sorge spontanea: può un unico film riuscire a influenzare in maniera così massiccia e capillare la percezione che si ha delle bionde, fino a creare un vero e proprio pregiudizio?

Nascita di un pregiudizio

In realtà, per rintracciare le origini di tale stereotipo, occorre fare un salto indietro nel tempo di più di otto secoli, quando le bionde sono state confinate in un altro 'ghetto'. Il trattato “De Amore” di Andrea Cappellano, risalente al 1185, nei suoi tre volumi definisce i canoni dell’amore cortese: platonico ed eterosessuale, esso lega il poeta alla sua dama, una donna appartenente a un ceto sociale superiore, sovente sposata, eletta poi a sovrana e padrona del suo cuore. Il “De Amore” diventa un autentico punto di riferimento per i poeti provenzali, siciliani e per gli stilnovisti, che durante il XIII e XIV secolo con le loro poesie cantano le qualità fisiche e morali dell’amata: la narrazione delle sue doti è talmente elevata e utopistica da renderla una sorta di figura trascendentale, ultraterrena, angelicata e – ovviamente – bionda.

Il mito della luce è celebrato in ogni componimento e rappresentazione, tanto che ogni cosa ne è irradiata, compreso l’aspetto della donna. Sono biondi gli angeli dei dipinti e degli affreschi dell’epoca, così com’è presumibilmente biondo l’oggetto dell’amore di Guido Guinizzelli nella poesia-manifesto del genere, “Al cor gentil rempaira sempre amore”: il poeta paragona l’amata a un angelo, e il fatto di essersene innamorato non costituisce dunque peccato. Del colore dei capelli di Beatrice non si hanno notizie certe, ma poiché nel Paradiso Dante ricorre a tantissime immagini luministiche per descrivere il suo aspetto, la tradizione l’ha inserita di diritto nell’elenco delle bionde.

È però con Petrarca che l’elogio delle chiome dorate tocca il suo apice: i capelli biondi di Laura erano mossi dal vento, e le lunghe trecce – manifestazione esteriore della sua natura divina – hanno ricevuto innumerevoli lodi da parte del poeta. Ormai la frittata è fatta, e il topos della donna bionda e virtuosa diventa una costante della letteratura: i suoi capelli non sono soltanto sinonimo di bellezza, ma anche portatori di valori come nobiltà d’animo, rettitudine e santità, in netto contrasto con la licenziosità delle viziose protagoniste della poesia comica e grottesca medievale, sempre tratteggiate come more.
Il momento di gloria delle bionde non è però destinato a durare ancora a lungo. Come spiega il critico letterario russo Michail Bachtin, esiste un meccanismo secondo il quale un genere letterario diventa obsoleto e viene superato non appena è oggetto di parodia e riso: il mondo cambia, si modernizza e ribalta la sua visione precedente, iniziando a schernirla. E per staccarsi completamente dallo stilnovismo, è necessario pure ridicolizzare la divina donna angelica dai biondi capelli, una figura talmente ultraterrena che sembra non avere alcun contatto con la realtà, tanto da apparire – appunto – scema e da istigare appetiti sessuali in risposta alla sua inviolabile santità.

Quando le more presero il sopravvento sulle 'divine bionde'

Le more tornano di moda, dalla Silvia di Leopardi («la dolce lode delle negre chiome») alla Lucia de “I Promessi Sposi”, che ha «neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte», finché, con l’avvento del Novecento e del cinema, le chiome ossigenate di Marilyn Monroe riportano in auge lo stereotipo della bionda svampita, nutrito da ben ottocento anni di letteratura e dunque decisamente ben sedimentato a livello socio-culturale.
Cinema e tv hanno contribuito ad alimentare ogni genere di “pregiudizio biondo”, ricorrendoci a loro piacimento quando più faceva comodo: i film e le serie tv, d’altronde, si sono dati un gran daffare a dipingere sciocche liceali, cameriere un po’ tonte, frivole cheerleader e in generale donne piuttosto facili, accomunate dallo stesso colore di capelli. E pure titoli come “La rivincita delle bionde”, nonostante l’intento opposto, remano purtroppo nella stessa direzione, confermando l’esistenza di un fortissimo preconcetto che – va sottolineato – non ha basi scientifiche. Anzi.

La scienza confuta il luogo comune

L’economista Jay L. Zagorsky della Ohio State University ha condotto uno studio su diecimila soggetti, poi pubblicato sull’Economics Bulletin nel 2016, in cui, partendo dai dati provenienti dal National Longitudinal Survey of Youth del 1979, ha dimostrato che le donne bionde avevano un QI medio di 103,2 , rispetto a 102,7 di quelle con i capelli castani, 101,2 di quelle con i capelli rossi e 100,5 di quelle con i capelli neri. Gli studiosi hanno spiegato che non è possibile stabilire una relazione genetica tra il colore dei capelli e l'intelligenza, mettendo in rilievo che i risultati potrebbero parzialmente derivare dal fatto che le donne prese in esame erano molto stimolate intellettualmente. Tuttavia ciò non inficia il risultato: «non credo si possa dire con certezza che le bionde sono più intelligenti, ma si può sicuramente dire che non sono più stupide», ha spiegato Zagorsky.

Che le bionde non siano affatto stupide ce lo dimostrano Hillary Clinton, J. K. Rowling, Miuccia Prada, Arianna Huffington, Taylor Swift, Tory Burch, Federica Mogherini. Donne fra loro diversissime, accomunate però dal colore di capelli – biondo, ça va sans dire – e dal fatto di essere comparse nell’annuale lista stilata da Forbes delle 100 donne più potenti del mondo. Ma anche star come Emma Watson o Jennifer Lawrence diventate paladine del nuovo femminismo e dei diritti delle donne. Dovunque si trovi ora, di certo Lorelei Lee sta brindando alla loro saute.