Renzi-Letta, accordo in un clima di sospetti “Governo politico o SuperMario resta al palo”

Il fondatore di Iv fissa i paletti e fa sponda a Salvini, che oggi vede il leader del Pd. Franceschini punta su Casini

ROMA. Enrico Letta stasera o domani incontrerà Matteo Salvini, in quello che potrebbe essere il summit principale di questa partita per il Quirinale. Il primo determinato a stoppare un candidato di centrodestra (come Elisabetta Casellati) e la voglia di Salvini di entrare nel governo agli Interni, se Draghi salisse al Colle.

Letta non dice no all’ingresso di politici nel governo post-Draghi, su questo ha siglato un accordo ieri con Matteo Renzi, così come su una nuova legge proporzionale gradita ai centristi. Ma considera «una provocazione» l’idea di vedere Salvini nell’esecutivo. Certo, dopo quanto successo nel 2014, quando l’allora segretario Pd Renzi soffiò la carica di premier a Letta, normale che i due non si fidino l’un l’altro. E che il summit di ieri mattina a Palazzo Giustiniani sia andato avanti in un clima di freddezza e sospetti reciproci: se pure terminato con un accordo sul fatto che l’elezione di Draghi sia possibile solo con un accordo fra tutti su un nuovo esecutivo più politico. «La strategia è un nome superpartes e un patto di legislatura», ripete a tutti Letta. «Condivido, hai ragione», gli risponde Renzi, che in serata spiegherà la sua linea ai grandi elettori di Iv. Letta lo guarda, pensando che l’altro voglia dare le carte in tandem con Salvini. Ricambiato dallo sguardo altrettanto diffidente di Renzi: perché se Letta dice no a Casellati, Casini, Moratti e brucia tutti i candidati di destra per far restare solo Draghi, – questo il retropensiero – forse è perché vuole urne anticipate senza aspettare il 2023.

Franceschini pro Casini

Renzi liquida l’ipotesi del Mattarella bis, «non esiste», ammette che senza nessun accordo «arriva Draghi alla quinta votazione», ma sa che i giochi non sono fatti: è convinto che Letta non possa contare sui 5stelle, perché «quelli sono talmente dilaniati tra correnti, che il mio Pd sembrava un monolite sovietico», scherza con i suoi. Ma non solo: pensa che il leader dem sia isolato nel Pd, perché più della metà del suo partito non lo vuole seguire su Draghi. Un segnale si scorge nel movimentismo di Dario Franceschini, se è vero che il capo della robusta corrente Areadem – come rimbalza dai rumors di Palazzo – sarebbe propenso a votare di buon grado il nome di Pierferdinando Casini. Una scelta benedetta da Renzi, che potrebbe imbarazzare il Pd, nelle cui fila Casini è stato eletto nel 2018, per poi approdare al gruppo Misto. Fatto sta che il fronte giallorosso è sfibrato, se è vero che Andrea Orlando e la sinistra tifino più per Giuliano Amato che per Draghi; e che per i 5stelle Casini sia come fumo negli occhi, dopo le polemiche dei tempi d’oro del grillismo quando guidava la commissione banche.

Cartabia meglio di Colao

In ogni caso, Renzi e Letta si danno appuntamento domenica per valutare il comportamento da tenere in aula nelle prime tre votazioni, quelle a maggioranza di due terzi. Posto che dalla quarta, se Berlusconi si sottoponesse alla conta, Pd e M5s in accordo potrebbero votare Filippo Patroni Griffi, appena nominato giudice della Consulta. O addirittura Luciano Violante.

Ma Renzi, pure se non esclude un sostegno per Draghi al Colle, interpreta così l’accordo su un nuovo governo: «O c’è la politica, o è difficile pensare che il premier possa essere eletto», nota con i suoi interlocutori. «Qualche consigliere di Draghi pensa sia possibile fare tutto senza partiti, ma non ha capito che non funziona così». Tradotto, se a palazzo Chigi spingono per mettere Vittorio Colao sul trono, pensando di poter decidere da soli, non va bene. Per questo, anche tra i dem, si sente parlare più di un tandem Draghi-Cartabia, in quanto la Guardasigilli può vantare un profilo più istituzionale (provenendo dalla Corte Costituzionale) rispetto al manager ministro per la Digitalizzazione.

Querelle su Casellati

Ma c’è un’altra questione cruciale, che divide i due ex premier: per Renzi la destra ha la golden share e «Salvini potrebbe fare il kingmaker ma deve decidere come giocarsi la leadership». E quindi se il Capitano proponesse a Conte di convergere su Casellati (che i grillini votarono come presidente del Senato e che sta incontrando tutti) il fronte giallorosso si spaccherebbe: pur di evitare il rischio di urne anticipate, i 5stelle voterebbero chiunque. Il leader di Iv sarebbe dunque disposto a convogliare i suoi voti su un nome «anche di centrodestra». Letta dice no per stringere all’angolo Salvini. Per ora vincono i sospetti.

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