Un popolo da sempre solo, tradito un’altra volta

Se saranno confermati i termini del memorandum per l’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato, ossia il via libera della Turchia previa «piena cooperazione» di Helsinki e Stoccolma contro il PKK, il partito dei lavoratori curdi bandito da Ankara, l’avremo fatto di nuovo, avremo consumato sull’altare della real politik quel tradimento dei curdi che, nelle parole dell’autore americano Christopher Hitchens, «sembra un diritto concesso a tutti, almeno una volta».

Le ultime lacrime di coccodrillo risalgono all’ottobre 2019, l’inizio a suon di bombe dell’operazione turca “primavera di pace” sul nord della Siria, la regione di Ras al Ayn dove fino a pochi giorni prima era di base il contingente americano che per tre anni aveva fronteggiato l’ISIS spalla a spalla con i combattenti curdi dell'YPG e le combattenti dell'YPJ, quelli della leggendaria difesa di Kobane. Anche allora successe che la necessità tattica di un accordo con Erdoğan avesse la meglio sulle promesse di riconoscimento politico rilasciate a profusione al più grande popolo senza patria del mondo. E così, con buona pace dei documentari apologetici di Bernard-Henri Lévy, l’allora presidente Donald Trump minimizzò l’abbandono dei curdi sentenziando che in fondo non gli dovevamo un granché, perché «non ci hanno mica aiutato durante la II guerra mondiale».

Tutto torna, ma il cerchio non si chiude. E non c’è bisogno di risalire a cento anni fa, quando pure Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti s’impegnavano solennemente a Sevres a ridefinire i confini del disfatto impero ottomano prevedendo anche un riconoscimento territoriale ai curdi, salvo poi ignorare la repressione di Kemal Ataturk. Basta guardare indietro alla I e alla II guerra del Golfo, 1991 e 2003, i curdi sempre schierati al fianco delle truppe occidentali contro Saddam Hussein e i suoi eredi per vendicare migliaia di compatrioti gasati sotto il regime iracheno ma anche per costruire sulle loro ceneri una memoria condivisa, un’identità politica, uno Stato vero.

Certo, si dirà, nel 2003 l’alleanza bellica con gli americani valse loro, insieme al biasimo delle sinistre pacifiste internazionali pur simpatizzanti con il leader del PKK Abullah Ocalan, l'autonomia della regione oggi nota come Kurdistan iracheno. Ma siamo lontani, lontanissimi dal riconoscimento di una terra che possa accogliere sotto una unica bandiera 25 milioni di persone perdute.

E si dirà anche che la geopolitica percorre strade impervie, alternative rispetto a quelle degli umani. L’abbiamo visto ad agosto in Afghanistan. Dove vince la diplomazia non sempre vincono subito le persone. Anzi. Ma una volta, prima o poi, bisognerà pure che tocchi ai curdi, ancora loro: vincere, però

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