Putin, il mediocre pericoloso

Il presidente russo Vladimir Putin durante una cerimonia a Mosca

Lo zar gioca a carte coperte, di lui abbiamo solo l’illusione di sapere. Non ha la megalomania di Hitler, distrugge con pazienza da formica e per questo è più difficile da sconfiggere

Insomma: dopo quattro mesi di tempesta che sappiamo di Vladimir Putin? Dei suoi piani, di quello che davvero vuole ottenere alla fine di questa guerra, intendo, di ciò che è accaduto che lui annovera come sconfitta e come vittoria, delle sue malattie presunte, della sua debolezza e della sua forza. Niente. Niente proprio perché supponiamo e gridiamo di sapere tutto. Vien voglia di pronunciare finalmente il cecoviano «ich sterbe», è tutto. E invece… l’annebbiamento è compensato come sempre dalle dicerie, dalle chiacchiere da sottoscala. Quanto più fitto è il segreto tanto più sfrenati sono i pettegolezzi. Su cui ahimè! costruiamo le scelte della guerra.

Ogni mattino solleviamo trionfanti l’indice pronti a dire: l’avevano previsto che per lui sarebbe finita così, ecco scoperto il suo piano segreto, oppure voilà finalmente con quattro mesi di ritardo questo è l’errore che lo perderà. Proprio come un tempo Vladimiro e Estragone aspettavano Godot. E invece tutto procede come prima: l’armata russa avanza di poco ma avanza, la Russia non fallisce, gli oligarchi e i generali continuano ad obbedire con pecorina flemma. Il suo impero lo danno rinseccolito, defunto, l’aquila bicipite restaurata sulle bandiere sarebbe materia morta. E invece la fine della guerra ormai non è altro che una data immaginaria, un turbinio di ipotesi, autoinganni, generalizzazioni e proiezioni che hanno preso il posto di ciò che accade davvero. E se fosse proprio questo il suo gioco a cui, ostinandoci noi a dichiararci padroni della situazione e sempre a un passo dalla vittoria sulla sua prepotenza, lui ci costringe a giocare? Non siamo arrivati al punto di doverci chiedere se Putin non stia in realtà vincendo la guerra? E se la solida resistenza delle democrazie occidentali non fosse purtroppo che una specie di mar dei Sargassi prosciugato?

Tutto ciò che lo riguarda, da noi vien sempre spiegato con la paranoia del Potere. Solo che nessuno sembra sapere con esattezza che cosa è. L’autocrazia è un meccanismo politico comprensibile. Più difficile decifrare le forme mentali che ne derivano, quanto di variegato c’è nella coscienza delle persone che l’incarnano, la loro concezione del potere, del compromesso, della violenza e della corruzione.

Intendiamoci. Sono convinto che Putin appartenga alla categoria dei dittatori mediocri. Non c’è nulla in lui che lo apparenti, pur brutale e cinico come è, a uno di quei satrapi che subordinano tutto al perseguimento di una passione delittuosa. Non è uno di quei dogmatici rari e terribili che sarebbero capaci di distruggere nove decimi della umanità per la supposta (da loro) felicità dell’ultimo decimo. Che assomigli, insomma, per restare nelle vicinanze geografiche allo zar Pietro o a Stalin. Nessuna adesione a ideali astratti, assoluti e sostanzialmente utopistici come la costruzione di un socialismo da seminario o della rivoluzione mondiale.

Semmai in lui si può riconoscere un unico criterio di valore, il successo. Un successo perseguito evidentemente attraverso la violenza, l’annientamento fisico e morale degli avversari perché questi sono i mezzi spropositati che la Storia gli ha messo a disposizione. Ma è pur sempre un mediocre ideale da burocrate, da travet che aspira a far carriera.

Ecco dopo mesi di guerra furiosa, con la pace mondiale in pericolo, migliaia di morti, il mondo in subbuglio per colpa sua, l’immagine è sempre quella del gennaio scorso: i due meccanici valletti in uniforme zarista che spalancano le porte di un salone del Cremlino che sembra soltanto un fondale cinematografico, un posto senza vita, imbronciato per gli innumerevoli padroni che lo hanno maneggiato, come se il tempo gli fosse passato accanto senza curarsene. Lui, lo zaretto, si infila come una Wanda Osiris senza squilli, senza espressione, come se da mezz’ora attendesse dietro l’uscio, aggiustandosi la cravatta, che qualcuno aprisse la porta. Confessiamolo: invece di immagini neo imperiali e di apocalittiche revanche della storia, senti odore forte della vecchia «kommunalka» sovietica, le scale sporche, i condomini franosi, l’intonaco che si stacca, l’acre tanfo di urina stantia e di cucina miseranda.

Putin ha la faccia di chi ha compreso che, in fondo, è molto difficile costruire e molto più facile distruggere e pensa che il faticoso progresso abbia le sue trappole, il suo alto prezzo, i suoi onerosi sfinimenti. Ma non è un fanatico, un megalomane della distruzione. È il difettuccio che ha, per fortuna, travolto Hitler. Vi si applica con quieto metodo da formica. Come accaduto in questi quattro mesi e nei precedenti venti anni. È paziente. Non si svela. Quindi doppiamente pericoloso.

Prestate attenzione a come parla. I concetti che usa, «denazificare l’ucraina», «l’aggressione della Nato», «le sanzioni non ci piegheranno», sono tutti concetti euristici, utili in determinate circostanze, ma da gettare dopo l’uso, parte di una promessa o di una minaccia che lui stesso sa non verrà mantenuta.

Sembra sorpreso, per primo, quando catechizza nel Serraglio i cacicchi o i generali, di ciò che ha detto, non vorrebbe ritrattare ma neanche lasciare solo le cose come stanno. Non è un egotista escandescente. Voce uniforme, gli accenni retorici si fermano in gola e suonano improbabili. Anche la sua rabbia contro gli ucraini o gli americani non pare nuova, come se gli venisse in mente per la centesima volta. Non vede perché dovrebbe ripetere ancora cose così chiare.

Eppure questo uomo mediocre, piatto ci resiste, forse perfino ci vince. La sua forza è che parla della guerra come se fosse stata da sempre parte di quei luoghi, incominci anche a lei a viverci come gli alberi o le strade. Dicono che i russi abbiano subito molte perdite diecimila, quindicimila soldati morti secondo stime più realistiche che la propaganda ucraina. È una cifra immensa, il numero in se stesso è mostruoso, crudele. Eppure Putin dà l’impressione che nella burocratica esecuzione dei suoi piani, non avrebbe alcun timore a guardarli. Come si guardano i morti per vecchiaia o malattia, stesi sul letto prima del funerale con il crocefisso sul petto in una stanza illuminata da lumini dove donne gemono allungando litanie.

Ecco: dopo quattro mesi Putin è immobile in se stesso, imperturbabile, indecifrabile, come se tutto procedesse secondo i piani, e le città distrutte i massacri, i cadaveri, le carestie, perfino le ritirate fossero dettagli previsti. Per questo Putin è pericoloso: perché sembra vivere una vita apocrifa, clandestina, supposta, sotto la protezione di una biografia e di un nome che non è il suo.

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