Non solo l’aborto, in Usa i diritti sotto attacco

Esplode la rabbia contro il giudice Clarence Thomas, il falco della Corte suprema

Il giudice ultraconservatore Thomas mette nel mirino contraccettivi e rapporti omosessuali. Incarna una destra cristiana fondamentalista che ha trovato in Trump il proprio guardiano

CORRISPONDENTE DA WASHINGTON. La decisione della Corte suprema Usa era scontata. Nessuno si era fatto illusioni che la Roe vs Wade superasse le forche caudine di un tribunale a forte trazione conservatrice, simbolo di un disequilibrio che non rappresenta il Paese e che è destinato a durare decenni.

Il giudice Samuel Alito ha evocato la Costituzione per sentenziare che, non essendoci riferimenti all’aborto, tutte le leggi e le sentenze che la richiamavano come base di un diritto erano impure. E così via la Roe vs Wade. Alito ha anche spiegato che questo approccio vale solo per la questione dell’aborto.

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Se guardate la foto dei nove togati, però, soffermatevi su Clarence Thomas, il veterano dei giudici – è in carica dal 1991 – ultraconservatore e secondo afroamericano a sedere fra i nove custodi delle leggi Usa. È il teorico della restaurazione e non condivide questa «timidezza» di Alito. Secondo Thomas, ora la Corte ha il dovere di «correggere l’errore – ha scritto nel parere associato – stabilito in alcuni precedenti». Linguaggio oscuro, che significa che almeno tre sentenze del passato (Griswold, Lawrence, Obergefell) che proteggevano la contraccezione, il sesso consensuale fra gay e il matrimonio omosessuale possono venire spazzate via. La sua è una posizione estremista, gli altri giudici conservatori hanno preferito sposare la linea di Alito, ma è un indizio di dove una fetta di America vuole portare la nazione: a cancellare ogni diritto civile faticosamente conquistato. Il miglior alleato di Thomas è in famiglia: la moglie Ginni è un’attivista e lobbysta, adepta dei Tea Party, sugli scudi contro l’Obamacare, e così intimamente trumpiana da aver inondato il capo dello staff di Donald, Mark Meadows, di email affinché trovasse il modo di ribaltare l’esito del voto del 2020. La Commissione 6 gennaio le ha inviato un mandato di comparizione.

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Il giudice Thomas è stato sin dal suo esordio un falco, ma la sua posizione è spesso stata mitigata da un equilibrio della Corte a maggioranza conservatrice (5-4) da decenni, ma con un esponente – il moderato Anthony Kennedy, nominato da Reagan – a fare da bilanciere e sovente schierato con l’ala progressista sui sociali, come i diritti Lgbtq. Kennedy, nel 2018, ha rassegnato le dimissioni e Trump al suo posto ha nominato Brett Kavanaugh, conservatore anti-abortista. E il piano restauratore di Thomas (e della moglie) qualche chance di andare in porto ce l’ha. I primi segnali di una svolta si ebbero quando il 13 febbraio del 2016 un infarto stroncò la vita del giudice conservatore Antonin Scalia. Barack Obama si trovò dinanzi la ghiotta opportunità di nominare un liberal: la sua scelta cadde su Merrick Garland, ma i repubblicani insorsero, dicendo che nomine così importanti nell’ultimo anno di Presidenza erano inopportune. L’ostruzionismo che fecero fu così forte che la Presidenza arrivò al termine e il nuovo giudice lo scelse Donald Trump: Neil Gorsuch. Poi ne prese altri due, lo stesso Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. Quest’ultima venne nominata appena un mese prima delle elezioni del 2020, ma evidentemente i repubblicani avevano dimenticato le critiche che avevano fatto a Obama.

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La storia sarebbe andata diversamente se Obama fosse riuscito a portare un «suo» giudice alla Corte. E sarebbe stata diversa se Ruth Bader Ginsburg, morta nel 2020 a 87 anni, avesse rassegnato le dimissioni durante l’epoca di Obama. Invece Donald Trump si è trovato a nominare ben tre giudici e Thomas ha trovato alleati tanto che, paradossalmente in una Corte con sei conservatori, il giudizio del presidente, John Roberts, moderato nominato da Bush junior, è ininfluente.

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Nessuno pensa che la Corte rispecchi la società americana in termini di pensiero, costumi, valori. Solo il 30% degli statunitensi è favorevole alla cancellazione del diritto dell’aborto. Ovviamente il lavoro dei giudici non è tenere conto dei sondaggi, stare sconnessi con la realtà però è un pericolo perché le conseguenze di scelte come quella sull’aborto investono il futuro della nazione. E minano anche la credibilità delle istituzioni. Se anche il Tribunale supremo, per definizione super partes, entra nell’arena politica, di chi fidarsi? Oggi il tasso di approvazione della Corte scavalla appena il 20%. Eppure, è questa minoranza ad avere il potere: è una destra cristiana fondamentalista che ha trovato in Trump il guardiano di un modo di concepire l’America come un fortino assediato da un mondo volgare, debole e depravato. Davanti al vortice Trump il partito repubblicano si è sgonfiato. Chi si espone – come Liz Cheney – vede in pericolo la rielezione; altri come il deputato Adam Kinzinger sono minacciati di morte (con la moglie e il figlio di 6 mesi) perché «traditori del giuramento».

E in questo clima la restaurazione dei coniugi Thomas, una volta chimera, è un più vicina. E il paradosso è che il potere di fermarla è nelle mani degli altri giudici conservatori.

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