Il doppio fronte dell’America tornata protagonista

Dopo il braccio di ferro con Putin sull’Ucraina, Washington avverte Xi Asse con gli alleati del Pacifico per contenere il gigante asiatico

Dalla fortezza Bastiani di Kiev Volodymyr Zelensky ha parlato a Davos. Vi ha trovato il deserto russo. Vladimir Putin è arroccato nel vagheggiato «mondo russo» (Russkiy Mir) in cui cerca di arruolare l’Ucraina a suon di cannonate. In visita agli alleati del Pacifico, Joe Biden ha enunciato il doppio contenimento: Russia e Cina. Con il sostegno alla guerra difensiva ucraina in Europa – «diritto naturale» secondo la Carta Onu; con una strategia politico-economico-diplomatica nell’Indopacifico. Se Taiwan fosse attaccata, anche con la forza.

L’Occidente va incontro a tempi difficilissimi, specie se Putin scatena la guerra del grano. La Nato si è ritirata malamente dall’Afghanistan. Perché fare il contropelo alla Cina di cui c’è bisogno per far venire a più miti consigli l’alleato russo? Da dove viene questa baldanza di un Presidente che rischia una batosta elettorale a novembre? La spiegazione, ostica alle prudenti orecchie europee, va cercata in due assi portanti della leadership americana nel mondo.

Alle strette, l’America reagisce. Le pagine ingiallite della Sfida Americana di Jean-Jacques Servan-Schreiber andarono a segno. Fu best-seller del 1968, quando la protesta contro il Vietnam infiammava i campus e l’America piangeva Robert Kennedy e Martin Luther King. Ronald Reagan ispirò un ottimismo contagioso dopo l’umiliazione in Iran. La forza della politica estera americana è di fare errori e poi di riprendersi. Gli errori inducono gli avversari alla sottovalutazione; la ripresa ne rovescia i calcoli. Putin lo sta imparando a sue spese. Xi Jinping prende le misure.

Secondo, gli Stati Uniti rimangono per ora l’unica grande potenza globale, per respiro geografico, interessi economici e imprenditorialità innovativa – non ci sono Bill Gates o Elon Musk fra gli oligarchi russi. A Seoul e a Tokyo, come a Bruxelles, Biden parla guardando al mondo, da leader di una nazione fondata su diversità e immigrazione. Putin vuol ricreare una fortezza imperiale euroasiatica di soffocante uniformità religiosa e culturale. Con dietro le spalle potenzialità che reggono il confronto con l’America, Xi è però prigioniero dell’omologazione Han; è straniero fuori dell’Impero Celeste. I leader europei hanno visione, spesso saggezza, talvolta velleità, mai dimensione.

Tre direttrici americane arrivano direttamente in Europa. Prima, la piena conferma sull’Ucraina. Washington aveva appena varato un finanziamento di 40 miliardi di dollari di assistenza militare ed economica. Aggiunge adesso la riapertura dell’ambasciata a Kiev. Le forze speciali che forse la presidieranno sono la rete di sicurezza non un preludio allo scontro con i russi ma un segnale di fiducia. La Cia, che finora ha azzeccato quasi tutto in Ucraina, non prevede un ritorno di carri armati con la Z nei paraggi di Kiev.

Seconda, il contenimento della Cina sia strategico-militare facendo leva sul Quad - con India, Giappone e Australia – sia economico-commerciale. Su quest’ultimo l’approccio è innovativo. La «rete» (framework) economica indo-pacifica (Ipef) proposta da Biden è l’alleanza di una dozzina di Paesi, fondata su regole comuni e approccio cooperativo su problemi come trasporti marittimi e catene di approvvigionamenti. Non punta a riduzioni tariffarie o apertura di mercati. Cerca di conciliare libertà commerciale con la strizzata d’occhio alle pulsioni protezionistiche e alle esigenze di allentare le dipendenze dall’estero. Indirettamente, è un assist alla «autonomia strategica» cara a Bruxelles e Parigi.

Infine, il messaggio alla Cina. L’Ipef è meno anticinese di quanto non fosse la precedente Trans-Pacific Partnership (Tpp), voluta da Obama e abbandonata da Trump. Inoltre, Biden medita il ramoscello d’olivo di riduzioni tariffarie a Pechino. Ma ha rotto gli argini dell’ufficiale «ambiguità» sulla difesa militare di Taiwan. Gli Usa interverranno. Da Nixon in poi nessun leader americano lo aveva mai detto esplicitamente.

Una gaffe che il seguito ridimensionerà? Biden è famoso per questo. Ma una gaffe non è altro che dire quello che tutti pensano ma non dicono. L’America – lo dimentichiamo in Europa – è una potenza del Pacifico. Difenderebbe Taipei aggredita come farebbe con un alleato Nato. Nel caso di Taiwan l’ambiguità consisteva nel non dirlo, non nel non farlo. A scanso di equivoci, Pechino è ora avvertita.

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