Ucraina, così resiste Kiev

Al ritrovo dei riservisti scetticismo e attesa: «Putin ci teme, non verrà». In città affluiscono volontari ma è crisi nera: «E’ l’incertezza a ucciderci»

In questo cortile innevato di Sofiivska St. 8 la guerra nel Donbass non è mai finita. Qui, tra muri di mattoni rossi e tavolacci di legno, due uomini fumano e parlano. Hanno giacche dell’esercito ucraino senza mostrine. Ancora una boccata, poi inizieranno il turno alla Pizzeria Veterano, una delle dieci fondate e gestite da reduci dal Donbass. Se c’è un posto in cui si conosce bene cosa sia la guerra contro i russi è questo. 

Nessuno qui crede che Putin finirà davvero per invadere l’Ucraina, «ma nel caso lo facesse, noi siamo pronti», dice Andriy Bariy, 25 anni, mentre spinge la pesante porta di legno che porta alle sale interne. Sul muro sono appesi stemmi dei battaglioni, fotografie dei caduti, un’enorme scultura a forma di fucile d’assalto occupa un’intera parete. Andriy si siede sotto una mappa dell’Ucraina fatta di proiettili, non vuole commentare l’invito alla calma di Zelensky. «È il nostro presidente», dice con un certo sforzo. Poi concede: «Niente panico, ma carichiamo i fucili». Tra il profumo della pizza appena sfornata e l’iscrizione in latino «Si vis pace para bellum» che sovrasta il bar due bambini giocano tra i tavoli.

I veterani, racconta Andriy, negli ultimi giorni hanno preparato la sacca per partire. Sono militari, «pronti a difendere la patria in qualsiasi momento», anche in questo. Ma la sensazione, dice Volodymyr, cliente fisso in Sofiivs’ka St 8, è che questa volta «l’Ucraina è pronta, e i russi sanno benissimo che anche una guerra ibrida fatta di sabotaggi, spionaggio e propaganda non avrebbe successo. Questa volta anche i civili sono addestrati». I russi lo sanno, dice, e qui a Kiev, congelata dal freddo e dall’attesa, gli allarmi di Biden e gli inviti alla calma di Zelensky risuonano in lontananza come un fastidioso rumore di fondo: «Intanto l’Ucraina è bloccata, l’economia pure», commenta Natasha Balabova, stilista, mentre sorseggia caffè bollente in un chiosco del Maidan con il fidanzato Oleksiy. Oggi, Oleksiy parteciperà al campo di addestramento delle forze territoriali in un bosco a 60 chilometri da Kiev: «Sono convinto che non ci sarà un’invasione, ma non si sa mai».

La Capitale, come tutte le città del Paese, è tappezzata di cartelloni pubblicitari che mostrano un giovane sorridente in equipaggiamento da battaglia. «Impara come difendere la tua casa», dice il messaggio. Sono i manifesti delle Forze di difesa territoriale ucraine, una propaggine dell’esercito istituite per addestrare riservisti dopo il 2014. Dall’anno scorso le esercitazioni sono state aperte ai cittadini comuni come parte del piano di difesa del Paese in caso di un’invasione da parte della Russia, per promuovere la resistenza popolare se l’esercito ucraino venisse sopraffatto. Imparano tattiche di guerriglia e a maneggiare le armi da fuoco. I volontari sono migliaia.

L’Ucraina è strattonata da manifesti che chiamano a resistere, le ambasciate americane evacuate, un incessante susseguirsi di video che mostrano file chilometriche di mezzi militari russi, le chat di Telegram che esplodono di segnalazioni (movimenti in Bielorussia, veicoli corazzati MT-LB cingolati a Rechitsa, Iskander a Asipovichy) e funzionari Usa che rivelano invii di materiale medico e scorte di sangue al confine. Difficile rimanere calmi, come vorrebbe Zelensky, che solo ieri ha tentato ancora di raffreddare gli animi: «La sensazione che trasmettono i media è che abbiamo una guerra, che abbiamo truppe nelle strade, ma che tank abbiamo per le strade? Nessuno», ha detto in conferenza stampa, spiegando che questo panico si è trasformato in una fuga di capitali stimata intorno agli 11 miliardi di euro.

Nonostante Zelensky, nell’attesa di una soluzione diplomatica, il Paese è «vittima di un paradosso», come suggerisce lo scrittore Stanislav Aseyev, prigioniero a Donetsk dal 2017 al 2019. 

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