Granai d’Italia: scorte ai minimi e prezzi alle stelle

E’ fuga dalle coltivazioni per i costi di produzione record. La dipendenza dall’estero porterà altri aumenti per i cereali già alla fine della stagione estiva

ROMA. Scorte ai livelli minimi, produzione nazionale in forte calo, forniture dall’estero sempre a rischio, grande incertezza e grande volatilità dei prezzi, che anche nei prossimi mesi resteranno sui livelli più alti registrati da un anno a questa parte. Non è la fotografia del mercato del gas, che pure ci fa tanto soffrire in queste settimane, ma quello del frumento, sia grano duro che grano tenero.

«La situazione è complicata, ma non bisogna allarmarsi. Gli italiani non resteranno senza pasta: il prodotto sarà sempre disponibile, aumenteranno semmai i prezzi» avverte Andrea Valente, titolare di Molini Valente di Felizzano (Alessandria) e da fine maggio presidente di Italmopa, l’associazione degli industriali mugnai d’Italia che aderisce a Confindustria.

E’ un dato di fatto che il nostro paese, anche in questo campo, sia molto dipendente dall’estero. L’anno scorso la produzione nazionale ha infatti coperto solamente il 38% del fabbisogno di grano tenero (3 milioni di tonnellate su 7,9) ed il 65% di quello di grano duro, ovvero 4,1 milioni di tonnellate su 6,3, dato quest’ultimo che fa di noi il più grosso consumatore mondiale di questa varietà. Entrambi questi prodotti, per colpa della siccità che già l’anno passato ha colpito Canada e Usa, e poi della guerra Ucraina, hanno visto raddoppiare i loro prezzi.

Il passaggio di questi mesi è molto delicato. Le scorte nazionali sono infatti ai minimi: stando alle rilevazioni effettuate dal ministero dell’Agricoltura nei nostri depositi a maggio avevamo all’incirca 500 mila tonnellate di grano tenero e 7-800 mila di grano duro. Dati che se non fossero un po’ sottostimati (come segnalano gli operatori del settore) non sarebbero bastati a soddisfare il fabbisogno di un mese o poco più. Anche a livello mondiale la situazione è abbastanza critica: stando all’ultimo rapporto del Dipartimento americano dell’agricoltura le scorte mondiali a partire a luglio, ovvero all’avvio della nuova campagna annuale nelle grandi pianure del nord America, arrivano a coprire appena 130 giorni di fabbisogno; ma se dai conteggi si tolgono le giacenze della Cina (che di grano non ne esporta nemmeno un chicco) si crolla a 65 giorni. «Un livello molto basso» rileva Valente. «Le scorte dei grandi paesi esportatori, Usa, Canada, Unione europea, Russia, Ucraina Argentina e Austria sono molto risicate, ai minimi storici. La situazione è tirata ed il mercato molto volatile».

«Situazione complicata, ma nessun a criticità» fa sapere un portavoce del gruppo Barilla che con le sue 700 mila tonnellate trasformate ogni anno in spaghetti, fusilli e maccheroni, e garatite da ben 130 fornitori, è il più grande consumatore di grano duro.

Secondo la Confederazione italiana degli agricoltori (Cia) in base alle stime relative ai primi giorni di trebbiatura nel Centro-Nord quest’anno, a causa della siccità, il raccolto del grano potrebbe calare anche del 30%. Un dato questo che aggiunto all’aggravio dei costi di produzione, dal rincaro dei fertilizzanti al gasolio, potrebbe indurre molti coltivatori a non seminare grano in autunno, «col risultato – spiega presidente Cristiano Fini - di una dipendenza ancora maggiore dall’estero». Più caute le stime di Coldiretti che parla di un calo medio del 15%, col Nord, dall’Emilia Romagna al Veneto, che si potrebbe attestare su un -15-20% ed il Sud dove si prevede un minor raccolto compreso tra il 15 e il 30%. Col risultato che a causa del calo delle rese, legato alla maturazione anticipata che non ha consentito ai chicchi di grano di svilupparsi completamente, la produzione dovrebbe attestarsi attorno ai 6,5 milioni di tonnellate.

A fronte di una capacità complessiva di stoccaggio che arriva a 9 milioni di tonnellate di cereali, i nostri depositi insomma non verranno certo saturati. Secondo l’ultimo censimento dell’Ismea sono in tutto 1.460, tra silos e magazzini, le strutture adibite a deposito di cereali con una capacità media di 7.400 tonnellate. Sono localizzati nelle principali zone di produzioni e nei porti per quanto riguarda i prodotti importati (Ravenna il più importante) e fanno capo ad una miriade di soggetti: consorzi agrari, cooperative, mugnai ed industrie alimentari. Il 50% degli impianti è concentrato in 5 regioni (13% Emilia Romagna, 12% Lombardia, 11% Piemonte, 8% Veneto e 10% Toscana). A livello provinciale è Venezia il territorio che presenta i depositi più capienti (7,06 milioni di quintali di capacità totale) seguita da Bari (6,59) e Ferrara (6,16).

«Non dobbiamo essere allarmisti, ma non possiamo dormire sonni tranquilli perché cambiando la situazione geopolitica dobbiamo fare le scelte che ci permettono di stare più in sicurezza» spiega Valente, secondo il quale occorre innanzitutto aumentare la nostra capacità di stoccaggio. «E’ un investimento strategico che deve essere fatto, ed in parte il Pnrr lo prevede. Servono magazzini più ampi ed occorre investire di più perché quelli che si utilizzano oggi non consentono di dividere la merce per qualità e tipologia e conservare bene il prodotto». Quindi «occorre produrre tutto quello che si può, sapendo che da soli non siamo in grado di soddisfare il nostro fabbisogno». A suo parere «sino ad agosto saremo coperti delle scorte, poi arriverà la nuova produzione nazionale ad alimentare il consumo. Le incognite riguardano settembre, quando ci sarà bisogno di importare i raccolti europei, e le imprese del settore si scontreranno coi problemi dei trasporti ed il caro energia. «I prezzi? Dipende da cosa succederà – risponde Valente - ma saranno sempre sostenuti, non torneranno ad essere quelli di prima. Per questo serve al più presto un tetto ai prezzi di gas, elettricità e gasolio».

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