Così la pandemia ha portato le imprese italiane a ricorrere ai mercati finanziari

Secondo l'analisi di Banca d'Italia, nel 2020 le società non finanziarie italiane hanno fatto più ricorso alle obbligazioni che nel periodo precedente. A incidere le misure della Bce e del governo

La pandemia ha spinto le imprese italiane a ricorrere al mercato dei capitali in modo più netto rispetto alle precedenti crisi. Un’evidenza non scontata, considerata la severità delle conseguenze economiche derivanti dal nuovo coronavirus Sars-Cov-2. Gli economisti di Banca d’Italia Giorgio Meucci e Fabio Parlapiano, nel paper “Corporate bond financing of Italian non-financial firms” pubblicato oggi, sottolineano come sia avvenuta una crescita sia del ricorso alle obbligazioni sia del credito bancario.

Sempre più imprese domestiche hanno fatto accesso al finanziamento tramite il mercato. Fra le esternalità positive del Covid-19 c’è anche questo aspetto, non così banale se si considera che il tessuto connettivo italiano è composto in prevalenza da piccole e medie imprese, spesso con una struttura di governance snella e una gestione familiare. Eppure, l’ultima analisi a cura di Meucci e Parlapiano mette in luce questo fenomeno. I due economisti di Palazzo Koch, hanno preso in esame i titoli sia quotati che collocati privatamente, coprendo un’ampia gamma di informazioni sulle caratteristiche delle emissioni obbligazionarie (Anagrafe Titoli e Dealogic), sui bilanci delle imprese (Cerved) e sui rapporti di credito (Centrale dei rischi). E hanno notato una rottura rispetto al passato.


L’analisi, come rimarcato da Meucci e Parlapiano, «mostra che il mercato delle obbligazioni societarie ha registrato una crescita sostanziale negli ultimi anni. Infatti, il numero di emittenti e l’importo offerto hanno raggiunto un livello senza precedenti». Inoltre, sottolinea il paper, «i termini di finanziamento, come i tassi cedolari e le scadenze, si sono gradualmente allentati e una gamma più ampia di emittenti ha attinto al mercato, compreso un numero crescente di emittenti per la prima volta e di società più rischiose, ovvero le società non investment-grade».

Come dimostrato da diversi studi recenti, si spiega, «tali sviluppi sono stati guidati, tra gli altri, da: calo dei tassi ufficiali e dall’avversione al rischio degli investitori; incentivi fiscali agli emittenti non quotati (i cosiddetti “minibond”, ndr); migliori condizioni di liquidità assicurate dal Corporate sector purchase programme (Cspp), attuato dalla Banca centrale europea (Bce) da giugno 2016».

Ultimo elemento, ma non per importanza, è dato dalla richiesta di obbligazioni stanziabili nell’ambito di Piani di risparmio individuali pluriennali (Pir). Ne deriva che ora la tendenza sta cambiando grazie al combinato disposto degli aiuti su base Eurosistema e su base nazionale.

Utile è il confronto con il passato. Il rapporto fa notare un aspetto significativo di sviluppo del mercato in Italia. Che era molto indietro rispetto ai nostri vicini europei. “Nel periodo 2008-2013, caratterizzato da due episodi di crisi negli anni 2007-08 e 2012, il rapporto medio tra debito obbligazionario e debito finanziario totale è stato di appena il 7,6%, al di sotto della media dell'area dell'euro (9,7%), e significativamente inferiore rispetto a Paesi con mercati dei capitali più avanzati come Francia (17,1%) e Regno Unito (22,8%)”, si evidenzia. Qualcosa è migliorato nel periodo successivo, fra il 2014 e il 2019, in cui si è osservata una ripresa economica moderata e una stabilizzazione delle tensioni sul mercato immobiliare statunitense dopo la crisi subprime del 2008 e nell’eurozona dopo la crisi dei debiti sovrani dell’area euro. In questo caso, il mercato obbligazionario ha rafforzato il proprio ruolo nel finanziamento delle società non finanziarie italiane. Come sottolineato da Meucci e Parlapiano, “la quota delle obbligazioni sul totale dell'indebitamento finanziario è infatti cresciuta notevolmente, fino a un livello (12,1%) superiore alla media dell'area dell'euro (11,6%), soprattutto rispetto a Germania (10,3%) e Spagna (8,4%)”. Nonostante ciò, si tratta di un valore ancora al di sotto del livello raggiunto nei mercati finanziari più sviluppati. Nel complesso, in questo settore, il volume annuale emesso è stato superiore a 30 miliardi di euro dal 2014 e ha raggiunto due picchi, nel 2017 e nel 2019, con un importo nominale di circa 48 miliardi di euro.

Poi, nel 2020 qualcosa è cambiato. Fra il marzo e il dicembre dello scorso anno, caratterizzato dall’avvento della pandemia di Covid-19, gli economisti di Banca d’Italia hanno trovato un incremento. “220 imprese hanno raccolto obbligazioni per circa 42 miliardi di euro, un importo superiore di quasi il 25% rispetto alla media 2017-2019 dello stesso periodo”, spiegano. E in questo, la concomitanza con le riaperture dopo il lockdown primaverile è netta. In maggio 2020 si è superato il livello 2017-2019 per la prima volta, per poi accelerare in luglio e, dopo la pausa estiva, si è tornati a correre. Ottobre 2020, ma soprattutto lo scorso dicembre, hanno visto le maggiori variazioni positive rispetto al biennio precedente. Sintomo che la vivacità del mercato, unita ai sostegni sovranazionali e domestici, stavano dando i loro frutti.

La domanda cruciale per i prossimi anni è che cosa succederà con il ritiro delle garanzie pubbliche in Italia. Nella Financial stability review della Bce di pochi giorni fa, Francoforte ha messo in guardia Italia e Spagna riguardo a strette troppo repentine. Finora, tuttavia, non vi sono stati scossoni rilevanti derivanti dal ritiro di parte delle misure eccezionali. Una meticolosa gradualità nel processo di ritorno alla normalità, alla luce delle evidenze analizzate da Banca d’Italia, resta comunque prioritaria.

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