I debiti della Pa verso le imprese volano a quota 52 miliardi di euro, nessuno così male in Europa

L’allarme della Cgia: «Si riducono i tempi d’attesa, ma troppa fatture non pagate. Solo la sanità e gli Enti pubblici nazionale rispettano le norme»

I tempi di pagamento più rapidi della Pubblica amministrazione non bastano a ridurre la stock dei debiti commerciali che si confermano in costante aumento. Arrivando a sfiorare quota 52 miliardi di euro.  Un importo che include la parte corrente, ma non quella in conto capitale che ammonta ad altri 6/7 miliardi di euro.

A denunciarlo è l’Ufficio studi della Cgia che ha analizzato i dati dell’Eurostat relativi al 2020. Secondo l’associazione degli artigiani «molti pagamenti continuano a non essere eseguiti; pertanto, questi insoluti vanno ad aumentare lo stock di debito accumulatosi negli anni precedenti. Secondo i dati presentati la settimana scorsa dal Ministero dell'Economia e delle Finanze (Mef), ad esempio, l’anno scorso la nostra Pa ha ricevuto dai propri fornitori fatture per un importo complessivo pari a 152,7 miliardi di euro, ma ne ha pagati 142,7, concorrendo ad aumentare il debito commerciale di altri 10 miliardi di euro».

Peggio: i mancati pagamenti ammontano al 3,1% del Pil, il dato peggiore fra tutti i 27 Paesi Ue. «Tra i nostri principali competitor commerciali – prosegue la Cgia - segnaliamo che la Spagna presenta un misero 0,8 per cento (in termini assoluti il debito è pari a 9,5 miliardi di euro), la Francia l’1,4 per cento (33,2 miliardi di euro) e la Germania l’1,6 per cento (54,2 miliardi di euro). Va altresì sottolineato che tra i paesi appena indicati, nell'annus horribilis della pandemia i debiti commerciali di sola parte corrente sono diminuiti. In Italia, invece, hanno continuato a crescere, registrando un preoccupante +6 per cento rispetto al 2019».

Motivo per cui anche la Corte Ue ha sottolineato come l’Italia violi la direttiva europea sui tempi di pagamento e la scorsa settimana la Commissione europea ha inviato al governo la messa in mora sul mancato rispetto delle disposizioni previste dalla direttiva approvata 10 anni fa. Inoltre, un’altra procedura ancora aperta contro il nostro Paese riguarda il codice dei contratti pubblici che prevede un termine di pagamento di 45 giorni, quando a livello comunitario la scadenza, invece, è di 30 giorni.

«Per risolvere questa annosa questione che sta mettendo a dura prova tantissime Pmi, per la Cgia c’è solo una cosa da fare: prevedere per legge la compensazione secca, diretta e universale tra i crediti certi liquidi ed esigibili maturati da una impresa nei confronti della Pa e i debiti fiscali e contributivi che la stessa deve onorare all'erario. Grazie a questo automatismo risolveremmo un problema che ci trasciniamo appresso da decenni. Senza liquidità a disposizione, infatti, tanti artigiani e altrettanti piccoli imprenditori si trovano in grave difficoltà e, paradossalmente, rischiano di dover chiudere definitivamente l'attività, non per debiti, ma per troppi crediti non ancora incassati».

Secondo i dati del Mef pubblicati la settimana scorsa, nel 2020 le Amministrazioni dello Stato hanno pagato mediamente dopo 55 giorni circa dal ricevimento della fattura, gli Enti locali (Comuni, Unione di Comuni e Comunità montane) dopo 50 e le Regioni-Province autonome e gli altri Enti (principalmente fondazioni) dopo poco più di 30. La Cgia ricorda che la legge stabilisce che per questi settori il pagamento deve avvenire entro 30 giorni dal ricevimento della fattura. Gli unici due comparti che, invece, l'anno scorso hanno rispettato la legge sono stati la sanità, che sebbene possa pagare entro 60 giorni ha liquidato i fornitori mediamente dopo 45 giorni, e gli Enti Pubblici Nazionali (Camere di Commercio, Monopoli di Stato, Banca d'Italia, Poste, Università, Cassa Depositi e Prestiti, etc.), con un tempo medio di 28 giorni, in anticipo di 2 rispetto al termine previsto dalla normativa per questo comparto. 

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