Omicidio Mollicone, i punti chiave nella requisitoria del pm: la lite, l’anta usata come arma e i genitori del maresciallo Mottola che occultarono il cadavere

Nella requisitoria del pm (la prossima settimana ci saranno le richieste di condanna) «il cuore del processo» è la porta dell'alloggio dove Serena venne violentemente spinta. Ma non solo: su Mottola per la procura ci sono «prove solidissime»

La porta dell'alloggio della caserma dei carabinieri di Arce utilizzata come una arma. Serena Mollicone il primo giugno del 2001 venne scaraventata contro quell'anta in legno da Marco Mottola, l'autore materiale dell'omicidio. Un'anta usata «come un'arma». E' quanto sostenuto oggi in aula dal pm di Cassino nella requisitoria del processo che vede imputati oltre a Mottola, anche il padre, Franco, ex comandante della caserma dei carabinieri di Arce, in provincia di Frosinone, e la moglie Anna Maria. Nei loro confronti l'accusa è di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Alla sbarra, davanti ai giudici della Corte d'Assise, anche luogotenente Vincenzo Quatrale, a cui è contestato il concorso esterno e l'istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi e Francesco Suprano accusato di favoreggiamento.

Marco Mottola, figlio dell'ex comandante dei carabinieri di Arce


Nell'apertura del suo lungo intervento, che si concluderà la prossima settimana con le richieste di condanna, il rappresentate dell'accusa ha affermato che «il cuore del processo» è proprio nella porta dell'alloggio dove Serena venne violentemente spinta perdendo conoscenza. Alla responsabilità di Mottola, secondo l'accusa «si arriva anche senza tenere conto della pur attendibile testimonianza del brigadiere Santino Tuzi» che aveva visto quel giorno entrare la ragazza nella caserma vestita con una maglietta rossa e dei pantaloni neri. «Quando abbiamo riaperto le indagini con l'ipotesi dell'omicidio avvenuto in caserma e con la perizia sulla porta avevamo poche speranze» ma l'accusa è arrivata ad «avere una prova scientifica solidissima». La ricostruzione di quanto avvenuto ricalca anche il lavoro svolto dal medico legale Luisa Regimenti nella perizia di parte svolta su disposizione di Armida Mollicone, zia della ragazza di Arce. «Serena dopo il violento colpo contro la porta dell'alloggio della caserma cadde - spiegò Regimenti nel corso dell'udienza del 22 aprile - priva di sensi a causa di alcune fratture craniche ma poteva essere soccorsa. Fu lasciata, invece, in quelle condizioni per quattro-sei ore prima di essere uccisa dal nastro adesivo che gli è stato applicato sulla bocca e sul naso provocandone il soffocamento».

La zona nella frazione di Anitrella, nel comune di Monte San Biagio, in cui e' stato trovato il corpo della studentessa di Arce Serena Mollicone


L’importanza dell’autopsia e delle analisi scientifiche
Nel corso della requisitoria il pm ha spiegato che le analisi scientifiche effettuate negli anni hanno portato ad «escludere ogni ipotesi alternativa» e anche le verifiche sui frammenti di legno, e in particolare le tracce di colla e vernice trovate sul nastro adesivo con cui era stata imbavagliata, fanno ritenere che «l'azione omicidiaria si è consumata all'interno della caserma». Secondo l'impianto accusatorio il movente sarebbe legato ad una lite che Mottola avrebbe avuto con Serena Mollicone alcune ore prima. «Serena quel giorno si era recata dal dentista a Sora e poi salì a bordo dell'auto di Mottola per un passaggio. Con lui si fermò davanti ad un bar dove fu vista litigare con il giovane», spiega il pm. La ragazza andò, quindi, in caserma per recuperare dei libri che aveva lasciato in auto e lì, secondo l'accusa, venne aggredita. Il pubblico ministero ha affermato, inoltre, che furono i genitori di Mottola ad occuparsi dell'occultamento del cadavere. La notte tra il primo e il due giugno di 21 anni fa «Franco e Anna Maria Mottola portano il corpo di Serena nel bosco di Fonte Cupa», un elemento confermato anche dall'analisi dei tabulati telefonici e dal racconto di un testimone. In quel boschetto, a 8 chilometri da Arce, Serena fu ritrovata la mattina del 3 giugno 2001: il corpo in posizione supina in mezzo ad alcuni arbusti, la testa, con una vistosa ferita, avvolta in un sacchetto di plastica, mani e piedi legati con scotch e fil di ferro. Nastro adesivo anche su naso e bocca. Dopo più di venti anni forse una prima verità giudiziaria sta per arrivare.

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