La bambina abbandonata, non si condanni a priori la gestazioni per altri: essere genitori non è solo questione di Dna

La storia della bimba nata a Kiev con gestazione per altri e poi abbandonata è tristissima. Nessun bambino dovrebbe mai essere abbandonato. Eppure, accade. Succede quando una donna decide di partorire anonimamente, e il neonato viene poi dato in adozione. Oppure quando un bimbo o una bimba vengono dati in affido temporaneo, e poi non tornano più nella famiglia d’origine. Succede con alcuni prematuri che, dopo essere stati tenuti in vita grazie a terapie sofisticate, non vengono mai recuperati dai genitori in ragione di qualche disabilità. Accade persino quando si adotta, e talvolta si restituisce il bambino, e allora è ancora peggio, perché i piccoli vivono un drammatico «doppio abbandono».

Ma di queste storie si parla poco, vuoi perché non fanno notizia, vuoi, ancora peggio, perché non creano polemiche. A differenza dell’abbandono di Luna, che è stato invece raccontato da molti, e commentato come il risultato evidente dell’egoismo di chi, convinto che tutto sia lecito, compra i figli. Cioè? Il capitolo della gestazione per altri è talmente controverso che, in tanti, fanno persino fatica a pronunciare le parole «gestazione per altri», e preferiscono connotare subito, e in maniera negativa, la pratica come «utero in affitto» o «maternità surrogata». Sebbene non ci sia nessun «affittasi» accanto alle foto in vetrina di un utero. Né, tantomeno, si possa parlare di maternità quando una donna porta avanti una gravidanza senza l’intenzione di diventare madre.

Ma prima di affrontare da un punto di vista etico questo tema, vorrei iniziare raccontando una contro-storia. Una storia che inizia con C., che è madre di tre figli, ha un bel lavoro, un marito, una madre ancora attiva e tanta voglia di mettere da parte un po’ di soldi. C. è una donna forte e determinata. È lei che si occupa di tutto in casa e che, a un certo punto, decide di portare avanti alcune gravidanze per coppie che, altrimenti, non potrebbero avere figli. Certo, C. guadagna molto, ma è fiera di farlo aiutando altre persone. E dopo aver fatto nascere due maschietti per una coppia di gay, decide che è arrivato il momento di smettere. I due papà adorano C. e incontrano suo marito, sua madre e i suoi figli. E uno dei due, un giorno, ammette: «Ciò che C. ha fatto per la nostra famiglia non ha prezzo. Che prezzo potrebbe d’altronde avere la cura con cui C. ha portato avanti la gravidanza dei due nostri figli? Le sarò per sempre grato di avermi dato la possibilità di diventare papà».

Dopo questa contro-storia, il passaggio seguente è ricordare come in Belgio, in Canada, in Danimarca e in alcuni stati Usa, la gestazione per altri sia legale solo se portata avanti a titolo gratuito, mentre in altri stati Usa lo è anche quando viene retribuita, sebbene esistano regole rigide per tutelare le donne e i bambini: le donne devono già essere madri, devono essere economicamente indipendenti e devono essere in grado di dimostrare che le proprie scelte sono informate e consapevoli; i bambini, una volta nati, devono essere riconosciuti e non possono essere abbandonati. In alcuni paesi dell’Est o in via di sviluppo, però, il contesto è tutt’altro: le regole sono talmente confuse (o aggirabili), che non è raro che le donne vengano sfruttate o che si crei un vero e proprio commercio di bambini.

Come per molte altre pratiche, anche nel caso della gestazione per altri la valutazione etica dipende dalle regole che vengono stabilite e dalle modalità che vengono (o meno) rispettate. Pensiamo, ad esempio, al trapianto degli organi. In teoria, siamo tutti d’accordo che è cosa buona e giusta salvare la vita di una persona trapiantandogli un cuore o un rene o un fegato. Ma come ci si procura questi organi? Da chi, e in base a quali norme, vengono espiantati? La regola è in genere quella della gratuità e dell’anonimato. Gli organi non vengono quindi né venduti né comprati, ma donati. Tuttavia, dato che gli organi a disposizione per i trapianti sono rari, esiste un mercato parallelo. Accade cioè che alcune persone – spesso sole, talvolta ai margini della società, talvolta prigioniere – vengano rapite o ammazzate al fine di recuperarne gli organi e poi venderli al maggior offerente. E che alcuni ricchi sopravvivano proprio perché si possono permettere di pagare somme ingenti di denaro ai trafficanti di organi.

Se mi soffermo sulle ambivalenze etiche del trapianto, è perché sono un po’ stanca del buonismo astratto di chi parte in battaglia per difendere i diritti dei più fragili, ma poi non sa, non conosce, ignora o tace i problemi e gli abusi legati a una determinata pratica. E si scaglia contro la gestazione per altri condannandola a priori. Se è d’altronde giusto inorridire di fronte a storie di abbandono come quella di Luna, è totalmente ingiusto sputare sentenze sulla gestazione per altri in generale, partendo dal presupposto che nessuna donna possa autonomamente decidere come utilizzare il proprio corpo oppure da quello secondo cui ogni bambino nato da gestazione per altri è un «pacco comprato su Amazon».

La paternità e la maternità sono sempre complesse e, permettetemi di dirlo, quasi mai frutto di un gesto altruistico. Quante sono le persone che hanno figli perché è così che si fa, oppure capita, oppure li vogliono con la stessa forza con cui si può volere un cane o un gatto? Chi è consapevole del fatto la genitorialità ha ben poco a che vedere con il Dna o il sangue, ed è quel legame che si stringe con un figlio (biologico o meno) quando ci si assume la responsabilità di accoglierlo, riconoscerlo, amarlo, accudirlo, talvolta anche sgridarlo? La lingua francese, in questo, è forse più sottile di quella italiana, visto che quando si riferisce alla genitorialità utilizza due termini: «geniteur», che vuol dire «genitore biologico», e «parent», che vuol dire «padre» o «madre» anche in assenza di legami biologici. Un conto, d’altronde, è mettere al mondo un figlio; altro conto, è diventarne la madre o il padre. Un conto è avere un legame genetico con la creatura che nasce; altro conto è esserci: esserci sempre e comunque, trasmettendogli valori, regole, abitudini, parole, ascolto e amore.

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