Rifiuti: il business illegale è in continua crescita e il 2021 potrebbe essere l’anno dell’emergenza plastica 

Con l’entrata in vigore delle nuove norme di Basilea l’esportazione di scarti plastici dei paesi occidentali verso i paesi più poveri sarà meno semplice, una dinamica che potrebbe influire sui tassi di riciclo e costituire un affare per le ecomafie. Nel mondo intanto continua a crescere il mercato illegale dei rifiuti: Africa e Sud Est asiatico le mete di elezione

 
Oltre 2 miliardi di tonnellate. È la cifra di rifiuti che un mondo sempre più popolato produce ogni anno secondo la Banca Mondiale. Un numero enorme che dovrebbe crescere del 70% entro il 2050 portando il Pianeta alla cifra record di 3.4 miliardi. Un problema globale che è anche lo specchio di un mondo sempre più diseguale. Il 16% della popolazione mondiale genera circa il 34% dei rifiuti globali: inutile precisare che parliamo delle nazioni a reddito più elevato.  E il fenomeno ha da qualche anno un simbolo: la plastica.  Largamente utilizzati dall’industria per il packaging dei prodotti, quando non vengono raccolti, trattati e riciclati, i materiali in plastica possono contaminare gli ecosistemi, distruggere l’equilibrio dei mari, diffondersi nelle catene alimentari, tramite le cosiddette microplastiche, e arrivare anche sui nostri piatti con effetti ancora sconosciuti per la nostra salute. La plastica rappresenta il 12% della produzione globale di rifiuti solidi. E la sua gestione potrebbe peggiorare nel Vecchio Continente, a partire da quest’anno. 
 
 
La buona notizia è che la produzione di plastica prodotta in Europa è, anno dopo anno, in leggero, ma costante declino. La cattiva è che ne produciamo ancora una quantità enorme che facciamo tuttora fatica a smaltire. Nel 2018 ne abbiamo generato, solo nel Vecchio Continente, ben 61.8 milioni di tonnellate. Gran parte di essa è costituita dai cosiddetti imballaggi. Come riporta Edj network , il cosiddetto packaging rappresenta circa il 40% della plastica prodotta e il 60% di quella raccolta. 
 
 
La crescita della produzione di imballaggi è pressoché costante e costituisce, malgrado un netto miglioramento delle capacità di raccolta, la gran parte della produzione di plastica a livello europeo. Un’evidenza che ha portato la UE a varare la cosiddetta Plastic Tax, in vigore da gennaio 2021; parliamo di una tariffa di 0.80 euro per Kg di plastica non riciclata che gli stati membri saranno chiamati a versare nel 2021. Uno strumento volto a incoraggiare l’economia sostenibile e la riconversione tecnologica, che agisce indirettamente (gli stati potrebbero a loro volta decidere di tassare o incentivare specifici settori produttivi), ma che non porterà quasi sicuramente progressi immediati. Per la tassa diretta sui produttori, in Italia si dovrà invece attendere luglio 2021. Ma se l’obiettivo della Ue è arrivare a un tasso di riciclo del 55% per il 2030, la tabella di marcia potrebbe subire una brusca interruzione quest’anno. 
 
 
Sì perché dal 1°gennaio è entrato in vigore un emendamento della Convenzione di Basilea, il principale trattato internazionale per la regolamentazione dei movimenti transfrontalieri di rifiuti. Stando alle nuove disposizioni dal 2021 sarà impossibile esportare nella “lista verde” (ovvero in quella dei rifiuti non pericolosi) molti materiali in plastica. Il via libera sarà possibile solo per quei componenti riciclabili non contaminati, pre-trattati, privi di qualsiasi componente non riciclabile e che sono stati oggetto di una preparazione rispettosa dell'ambiente in vista di un riciclo immediato. Vincoli assai stringenti quindi, che limiteranno di molto le esportazioni europee verso i paesi più poveri e che se da un lato potrebbe far tornare il tasso di riciclo dei materiali plastici a oltre 10 anni fa, allontanando la Ue dagli obiettivi del 2030. E la dinamica potrebbe far lievitare il mercato del traffico illegale di rifiuti.
 
“Con il nuovo emendamento della Convenzione di Basilea cambieranno molte cose- ci racconta Serena Favarin, ricercatrice presso l’Università Cattolica e Transcrime- molto probabilmente ci sarà un incremento delle esportazioni illegali visto che i nuovi requisiti renderanno più oneroso spostare i rifiuti plastici a livello internazionale. L’obiettivo è di limitare lo scambio di rifiuti verso quei paesi che non sono in grado di gestirli e smaltirli e parallelamente rendere meno conveniente la produzione a monte. È ovvio però che quando si va a regolamentare un settore si va a rinvigorire immediatamente anche il mercato nero”. 
 
Già, perché, anche a livello legale, le esportazioni di plastica europea verso i paesi più poveri, prevalentemente di Asia e Africa, non sono certo marginali, anche se in costante calo.
 
 
Un’esportazione che, come si intuisce dal grafico sopra, ha fatto registrare una netta flessione nel 2016. In quell’anno la Cina ha cominciato a chiudere il suo mercato. Una scelta che segna un cambio di paradigma: “la Cina ha raccolto plastiche da tutto il mondo negli scorsi 20 anni, anche per alimentare le sue industrie ed è stata al centro di grandi scandali. Ora che è diventata una grande potenza industriale ha scelto di limitare fortemente le importazioni- argomenta Serena Favarin- regolamentando il mercato dei rifiuti. Questo ha portato in parte a riorientare parte dei traffici illeciti verso altre rotte, ma per avere un processo virtuoso l’esempio dovrebbe essere seguito anche dai Paesi limitrofi, soprattutto per quanto riguarda le pene e quindi la deterrenza. I trattati e le leggi vanno fatti rispettare con delle sanzioni adeguate e degli incentivi”. 
 
Quel che è certo è che l’esportazione di rifiuti in plastica al di fuori dell’Unione Europa è al momento essenziale per la UE: per la Corte dei Conti europea le esportazioni verso paesi terzi contribuiscono a un terzo della quota di riciclo dichiarato dai paesi dell’Unione. Una cifra enorme che potrebbe subire una netta variazione a partire da quest’anno.
 
 
Se la produzione di plastica e di imballaggi continua a essere ingente, le parole d’ordine rimangono le stesse. È essenziale raccogliere, differenziare e riciclare, attività che in Europa vede varie sfumature. 
 
 
E se la Lituania ha il primato del riciclo di imballaggi nel Vecchio Continente, il nostro Paese ha una media che è leggermente superiore a quella europea. Anche se, come riportato dal giornalista Antoine de Ravignan, la revisione della direttiva europea sugli imballaggi nel 2018 ha imposto agli stati membri regole di contabilizzazione più rigide e armonizzate a partire dal 2020 che potrebbe abbassare ulteriormente la quota di riciclo adottato dagli stati membri. Volgendo lo sguardo a casa nostra però è sufficiente osservare che non tutte le regioni riescono a tener contro delle nuove dinamiche dell’economia circolare, a partire dalla raccolta differenziata.
 
 
Ed è in particolare la differenza fra Nord e Sud, con le regioni settentrionali e centrali molto più efficienti e un Sud Italia che arranca, a balzare all’occhio. 
 
“In Italia manca una pianificazione unitaria e una strategia per i cicli dei rifiuti nei territori. Si parla spesso di rifiuti come entità unica: in realtà si strutturano secondo circuiti diversi. Dobbiamo avere almeno in mente la divisione tra rifiuti urbani e speciali che sono ingenti- osserva Antonio Pergolizzi, giornalista e saggista, curatore del rapporto Ecomafie di Legambiente e bisogna poi tenere presente che la sola raccolta non basta. Riassumendo: si raccoglie in maniera differenziata, perché si hanno gli appalti, ma manca spesso la fase della valorizzazione perché non ci sono mercati competitivi, né impianti per smaltire e riciclare i materiali. In questo contesto le organizzazioni criminali hanno vita facile nel proporre servizi a prezzi stracciati rispetto a quelli di mercato”. 
 
Parole che sembrano trovare conferma puntuale nei dati Ispra per quanto riguarda il conferimento di imballaggi secondari e terziari, la cui raccolta non spetta al servizio pubblico di raccolta. Parliamo di una parte consistente dei rifiuti in imballaggio prodotti nel Paese; dal 2006 la gestione è affidata alle imprese produttrici, chiamate a organizzarsi attraverso piattaforme di smaltimento e valorizzazione. Dei 616 centri presenti in Italia il 55.7% è concentrato nel Nord del Paese. 
 
E spetta a una regione del Sud, la Campania, il primato dell’esportazione dei rifiuti al di fuori dei confini regionali: nel 2019 sono stati esportati oltre 180.000 tonnellate di rifiuti destinati allo smaltimento.
 
 
Un esempio da manuale di come la scarsa capacità di differenziazione e di valorizzazione dei rifiuti predispongono alla loro esportazione e indirettamente anche all’illegalità. Basta sovrapporre questo dato con quello del tasso di raccolta differenziata delle diverse regioni per accorgersi di come ci sia una corrispondenza tra l'incapacità (o l'impossibilità) di raccogliere e trattare i rifiuti e la necessità di esportarli al di fuori del territorio di appartenenza, una dinamica che non di rado favorisce anche l’illegalità. “Spesso i flussi illegali si mescolano con quelli illegali: basta camuffare ad esempio codici e certificazioni. Se poi guardiamo alle leggi osserviamo che molti Paesi hanno regole molto più blande rispetto alle nostre” argomenta Pergolizzi. Una dinamica che sembra trovare conferma anche sui dati di Legambiente dedicate al business dei rifiuti illegali. 
 
 
Un business criminale redditizio che vede spesso l’interazione di organizzazioni criminali, aziende e amministrazioni locali: il ciclo dei rifiuti è stato ancora una volta, nel 2019, il settore maggiormente interessato ai reati più gravi di criminalità ambientale.  Un “business criminale” contrassegnato, nell’anno appena trascorso, dal doppio degli arresti rispetto all’anno precedente e dall’aumento del 14.9% dei sequestri. E l’emergenza è molto più vicina di quanto non si pensi alla qualità delle nostre vite: spesso i rifiuti speciali vengono nascosti o bruciati contribuendo all’avvelenamento dell’acqua e delle falde acquifere, dei fiumi e delle colture agricole, esponendo tutti a gravi rischi per la salute.
 
 
È il caso, ad esempio dei fanghi di depurazione contaminati, la maggiore tipologia di rifiuti sequestrata nel 2019. “Ironicamente possiamo dire che almeno è indice che si sta facendo depurazione, un segnale positivo” spiega Pergolizzi “In realtà questi fanghi finiscono in discariche e non di rado vengono utilizzati come fertilizzanti, mischiati al compost e utilizzati nei campi per l’industria agroalimentare. La cosa curiosa che, invece che nuocere in questo modo alla salute pubblica, potrebbero essere valorizzati per ricavarne metano e biocarburanti, ma come per altri settori, non esistono abbastanza impianti e una governance efficiente che renda conveniente la loro corretta gestione e li trasformino in risorsa economica”.
 
Ma se tutta l’Italia è attraversata da fenomeni di illegalità sui rifiuti, che rappresentano ancora la prima voce per ecoreati in Italia, è ancora una volta il Sud l’area geografica più critica. 
 
 
 
Con quasi 2mila infrazioni accertate la Campania è la regione italiana con più illeciti rilevati nel ciclo dei rifiuti e forse non è un caso che sia anche la prima regione italiana per esportazione di rifiuti legali. 
 
“L’illegalità in questi territori è figlia della mancata capacità delle amministrazioni di mettere in piedi delle governance dei rifiuti efficienti e di valorizzarli, dove questo non accade (penso anche al Lazio) la criminalità dilaga e spesso la legalità si mescola con l’illegalità, anche se devo dire che in Campania ci sono anche segnali di inversione di tendenza. Questi dati sono frutto inoltre dell’attività investigativa delle nostre forze dell’ordine che è diventata ormai eccezionale, ma bisogna lavorare più sulla prevenzione che sulla repressione se vogliamo arginare davvero il problema” argomenta Antonio Pergolizzi. E non è un caso nemmeno che questo avvenga in territori caratterizzata da organizzazioni criminali molto forti e radicate: “La gestione dei rifiuti urbani, condizionando appalti e subappalti, è molto appetibile dalle mafie. Alla criminalità organizzata interessa la logistica e le discariche, si muovono sul mercato offrendo prezzi più bassi e le opportunità di truffa sono molteplici, per esempio può essere un settore utilizzato per riciclare i soldi o magari si può agevolmente barare su codici e certificazioni per smaltire i rifiuti in maniera illegale”. 
 
(Area sottoposta a sequestro nella "Terra dei fuochi. FOTO MARIO LAPORTA/AFP via Getty Images) 
 
Un flusso che parte dall’Italia e si dirige verso l’estero, come Pergolizzi ha ben documentato in saggi e articoli. 
“Spesso i rifiuti vengono stoccati in capannoni e bruciati,ma a volte vengono destinati ai mercati illegali, specie dell’est Europa, dove vengono utilizzati come combustibili”. Un passaggio che richiede una vera e propria filiera organizzata. “Di solito i rifiuti passano per i TMB (trattamento meccanico biologico, tecnologia a freddo per i rifiuti indifferenziati, che serve a trasformare i rifiuti urbani in rifiuti speciali N.D.R.) che è un trattamento funzionale alla loro trasformazione in combustibili  utilizzati dalle centrali termoelettriche dell’est-Europa e del Sud-est Asiatico. In questo modo i network criminali abbattono i costi e non sostengono i costi di un trattamento a regola d’arte. È una sorta di win win, conviene all’imprenditore che risparmia e a chi utilizza questi rifiuti per fare profitto: non conviene ovviamente all’ambiente e alla salute”. Una filiera che, se allarghiamo lo sguardo al mondo, interessa anche Paesi che consideriamo comunemente come “virtuosi”. 
 
 
Già perché quando le filiere nazionali o i mercati legali non bastano, i rifiuti prendono non di rado percorsi illegali. Vengono smaltiti e riutilizzati in Paesi che spesso non hanno efficienti legislazioni ambientali, anche se secondo le norme Ue i rifiuti esportati dovrebbero essere trattati con standard “europei”. Di fatto questa cosa accade raramente. Non di rado i rifiuti vengono abbandonati in natura o negli oceani o, come dimostra l’esempio sopra, vengono utilizzati come veri e propri combustibili, anche se altamente inquinanti. Secondo il progetto di ricerca europeo BlockWaste circa il 13% dei rifiuti non pericolosi sparisce nelle filiere legali. Una percentuale che sale addirittura al 13% per quanto riguarda invece i rifiuti pericolosi. E, come è facile osservare sotto, molti Paesi che consideriamo comunemente all’avanguardia sono spesso i primi indiziati per quanto riguarda il commercio illegale di rifiuti.
 
 
In particolare sono paesi come Svezia e Austria a far registrare i dati più elevati. “Ci siamo focalizzati sui rifiuti che “scompaiono” dal mercato legale, quei dati si focalizzano sul periodo 2012/2014- spiega Serena Favarin, tra le ricercatrici del progetto- e sono stime indirette. Abbiamo calcolato la differenza tra import ed export, con tutti i rifiuti che entrano e che escono legalmente dai rispettivi Paesi e poi stimato ciò che viene perso nel mentre, ovvero ciò che’ non torna’ e che molto probabilmente è finito nel mercato illegale”. Una metodologia che forse potrebbe anche ridimensionare la portata di alcune evidenze: “Ci sono paesi molto più attenti a registrare i loro dati, altri molto meno, e questo potrebbe essere un fattore di discrepanza importante. Dobbiamo inoltre tenere presente che alcuni paesi europei dove si smaltiscono rifiuti legali, come ad esempio la Germania o l’Austria, diventano anche degli importanti hub per l’illegalità, vengono cioè sfruttati come paesi di transito. Non di rado poi il commercio di rifiuti avviene per patti bilaterali: è possibile, ad esempio, che la Germania o la Francia abbiano un patto commerciale con un paese terzo, mentre l’Italia no. In quel caso i rifiuti vengono fatti transitare in questi Paesi per essere poi smaltiti illegalmente. Le rotte legali e quelle illegali si sovrappongono spesso e volentieri”.
 
Ma dove finiscono i rifiuti mondiali? Secondo i dati della Convenzione di Basilea sui sequestri effettuati, ci sono paesi che si confermano hub importanti di traffico illegale come Francia, Germania e Polonia, mentre a livello globale emergono paesi come Cina, Hong Kong, Senegal, Ghana e Nigeria. La Nigeria, in particolare, è una meta di predilezione per il traffico illecito dei nostri rifiuti insieme a Pakistan, Vietnam e Indonesia. Un flusso che sembra avere delle ragioni. 
 
 
“A volte ci sono dei collegamenti etnici, penso ai nigeriani o ai cinesi che svolgono il traffico illecito con la madrepatria dall’Italia- precisa Serena Favarin- altre volte i collegamenti sono invece di tipo coloniale: se quasi sempre il driver è di tipo economico, spesso osserviamo nelle dinamiche di potere che si basano sulla storia dei paesi e su un rapporto di dipendenza con gli ex colonizzatori, sono dinamiche complesse sul quale non sempre c’è la volontà politica di interrogarsi”. 
 
Quel che è certo è che il flusso è quasi sempre unidirezionale, ovvero dal mondo ricco ai paesi poveri e che legalità e illegalità si sovrappongono spesso. Secondo un report dell’associazione Greenpeace di circa 2.880 tonnellate di rifiuti plastici spediti per via diretta in Malaysia, il 46 per cento è stato inviato a impianti privi delle autorizzazioni necessarie. Una dinamica diffusa in molti paesi dove si preferisce disperdere i rifiuti in discariche abusive o trattarli illegalmente. E ogni scarto dell’occidente sembra avere una storia a sé.
 
“Le due tipologie di rifiuti maggiormente sequestrate a livello globale sono i veicoli dismessi (batterie, olii e parti del veicolo) e i device elettronici di scarto. I primi sono spesso diretti in Africa, in particolare Africa occidentale e Nigeria. Per quanto riguarda gli scarti elettronici la direzione è più frequentemente verso i paesi dei balcani, africa subshariana, Cina e Hong Kong. È sempre una questione di domanda e offerta: molto spesso questi rifiuti vengono visti come veri e propri prodotti da rimettere sul mercato” spiega Serena Favarin, che puntualizza il rischio dello smaltimento illecito- In altri casi, in caso di plastica e vetro si va invece verso Paesi dove lo smaltimento costa poco e spesso non vengono nemmeno smaltiti: ci sono delle aree che sono diventate vere e proprie discariche dei paesi occidentali”. L’ennesimo effetto di una globalizzazione di mercati e consumi, ma non di diritti, per citare Stefano Rodotà. Una deriva che potrebbe presentare un conto salato a ogni latitudine del Pianeta.