Un Paese in mano all'immobilismo dinamico di Conte

Incassata l'unanimità parlamentare sullo scostamento di bilancio, con l'ausilio di un'opposizione preda della propria debolezza strategica, Conte tira un sospiro di sollievo. Nel tempo dell'emergenza, la formula del "governo debole" può bastare. In realtà i problemi incalzano, i nodi non vengono sciolti. E non sempre sarà possibile scansarli o evitare di tagliarli gordianamente. La figura del capo del governo incarna la summa dell'anomalia italiana. Formalmente Conte è la punta di diamante del M5S, l'uomo che guida il paese per conto e nome del Movimento, persino al di là del colore delle maggioranze che sostengono l'esecutivo. In realtà è ben consapevole della debolezza di chi lo ha catapultato a Palazzo Chigi. I penstatellati sono davanti al bivio che prelude al loro dissolvimento o la loro divisione in due tronconi: quello similoriginario, incarnato dal tandem ormai all'angolo Dibattista-Cassaleggio jr, simbolo del descamisadismo e del tecnopopulismo; quello "governativo", che ha trovato riparo nel più confortevole e influente alveo del potere. In questo settore realgrisaglista la competizione per la leadership, tra il mai rassegnato Di Maio e l'ancora meno arrendevole "avvocato del popolo" definitivamente prestato alla politica, è senza tregua. Tanto che la sfida potrebbe sfociare in un rimpasto mirato mettere il secondo sotto tutela o, in caso di accelerazione della crisi, persino a sostituirlo.

Del resto, Conte ha scelto la via della leadership personalistica, tesa a evitare sia l'organicità a un partito sia la via del partito personale. Un percorso che, nel suo non troppo recondito intento, dovrebbe un giorno portarlo al Colle. Per realizzare quell'obiettivo, deve agire nell'unica maniera possibile: perseguire lo status quo, commissariando, di fatto, la politica, come se a sostenerlo non fossero i pur traballanti partiti della sua maggioranza ma l'investitura derivante dall'assenza di alternative.

L'immobilismo dinamico di Conte ha come obiettivo lo stare fermi. Un cronoprogramma antientropico, senz'altro contenuto che il guardare scorrere la freccia del tempo. Così il presidente del Consiglio evoca a sé tutti i dossier delicati, senza condividerli con i partiti della maggioranza, sempre più insofferenti nei suoi confronti, oltre che a procede a nomine di figure istituzionali che acquisiscono autonomia impensabili in un sistema equilibrato.

È l'ennesimo paradosso italiano, la parabola di un leader senza partito che cerca di governare con l'appoggio dei partiti contenendone le istanze. Una situazione che non dipende solo dalla qualità dell'offerta ma anche dalla natura della domanda politica. L'esplosiva situazione sociale innescata dalla pandemia, e le decisioni da adottare per affrontarla, esigono il seguire rotte non adatte al piccolo cabotaggio. Una stagnazione politica ulteriormente alimentata da strategie personalistiche è un costo che il paese non può sostenere.

 

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