E arrivamo disarmati alla seconda ondata

Tutto avremmo voluto vedere al nuovo assalto del virus - una seconda ondata prevista e annunciata da stuoli di esperti affamati di tv - tranne che penose, desolanti polemichette sulla ricerca delle responsabilità (altrui). Noi ora ci auguriamo che il vertice d'emergenza chiesto da Franceschini a nome del Pd - sorta di avviso al premier perché non si consideri più l'uomo solo al comando - riesca a mettere una pezza a ogni buco che si è aperto in questi mesi. Ma nell'attesa approfittiamo per sollevare un paio di questioni delle quali bisognerebbe almeno tenere conto. Partendo dal presupposto che qualcosa, anzi molto si può ancora fare.

All'inizio della pandemia è stato deciso ciò che si doveva: chiudere tutto e così sia, con tanto di applausi da mezzo mondo per la tempestività. Poi è arrivata l'estate, l'economia si è rimessa in moto - in alcuni settori a ritmi cinesi, sia concesso il paradosso - e ci si è illusi che ai giorni tristi della chiusura non saremmo più tornati: l'Azienda Italia non avrebbe sopportato un altro choc. Però tutti già parlavano di un'incombente seconda ondata, e si sapeva che il 24 settembre sarebbero state riaperte le scuole e avrebbero ripreso a lavorare aziende, metro, bus, treni, bar... E invece i mesi di tregua non sono stati sfruttati per attrezzare le scuole, adeguare i trasporti alle nuove esigenze, rifornirsi del materiale utile per i tamponi, prenotare il vaccino per l'influenza di stagione al fine di evitare il panico e le corse dell'ultimo momento. E nemmeno per far sì che venisse pagata la cassa integrazione a chi ne ha diritto: migliaia di lavoratori non hanno ancora visto un centesimo. Nel frattempo, è vero, i medici hanno capito che si può aggredire il virus con un cocktail di farmaci capace di evitare esiti infausti, a cominciare dalla terapia intensiva. Ma è anche vero che un aumento incontrollato dei contagiati, specie se contemporaneo alla normale influenza, rischia di causare un assalto agli ospedali che non tutte le regioni sono in grado di tollerare. A danno non solo dei malati di Covid, ma di chi soffre di altre patologie e in nome dell'emergenza si vede rinviato e messo da parte. Già succede oggi, figuriamoci domani.

E poi c'è un'altra questione, altrettanto delicata. Mettiamola così: chi comanda tra Stato e Regioni? Domanda che spesso si traduce nella totale confusione decisionale. Proprio per aggirare l'ostacolo era stata decisa la nomina di un commissario, Arcuri. Ma ora è il ministro della Salute a invitare le Regioni a decidere in piena autonomia; ed è il commissario a svelare di aver fornito alle Regioni macchinari e materiale sanitario molto superiore a quanto sia stato da loro effettivamente allestito o utilizzato.

Allora, delle due l'una: se Arcuri mente, bisognerà che il governo faccia i conti con lui; ma se dice la verità allora bisogna capire - rapidamente - chi rema contro e perché, e quali siano gli intoppi o le burocrazie che si frappongono tra il potere centrale e quelli locali. Come capite bene, non si tratta solo di persone, ma di un sistema che dinanzi all'emergenza rischia di andare in tilt. E in ballo c'è la salute dei cittadini.

 

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