Populisti alla prova delle urne dopo i mesi della pandemia

Sostenitori di Trzaskowski festeggiano dopo il voto

Da oggi al 3 novembre. Da Varsavia a Washington. Sapremo presto come ne usciranno i populisti: dall'emergenza pandemica, e da un ciclo elettorale che, idealmente, inizia oggi in Polonia, e si chiuderà con il voto americano. Passando attraverso il primo test elettorale italiano dell'era-Covid.

Lo sappiamo: il concetto è scivoloso. Spesso, tende a disegnare un perimetro fin troppo ampio. Ma loro due, nel perimetro populista, ci entrano senz'altro: il presidente polacco Andrzej Duda, a caccia di ri-elezione nel ballottaggio di oggi; l'omologo Usa Donald Trump, in una situazione simile, ma con una campagna tutta da giocare. Non a caso, Duda è stato il primo leader straniero accolto alla Casa Bianca dopo l'inizio del grande contagio. Ha ottenuto sostegno (e qualche migliaio di marine), a pochi giorni da un primo turno che lo ha visto prevalere sul sindaco della capitale, Rafal Trzaskowski. Ma i sondaggi prevedono un esito incertissimo: 50 a 50. Da una parte i liberal-conservatori di Piattaforma civica: Trzaskowski, trend favorevole ma ben 13 punti da recuperare. Dall'altra, la destra tradizionalista e nazionalista, ultra-religiosa e omofoba di Diritto e Giustizia: Duda (e, soprattutto, Kaczynski). In gioco, il futuro del governo polacco. E una buona fetta della futura Ue, visto che dal voto potrebbe uscire rinvigorita o ridimensionata la spinta illiberale originatasi sull'asse Budapest-Varsavia, il cosiddetto #ModelloOrbán.

In entrambi i paesi i populisti affrontano il voto da insider: ormai, neanche più una novità. La novità è dettata dal contesto: una pandemia che ha visto particolarmente debole ed evanescente la tendenza dei cittadini a raccogliersi "attorno alla bandiera" - a favore, cioè, dal rappresentante in carica. Per Trump, è inoltre venuta meno la possibilità di affidare le chance di riconferma alle performance economiche, drammaticamente modificate dalla crisi sanitaria. Rispetto alla quale il Presidente si è dimostrato del tutto inadeguato. I columnist dei grandi giornali lo danno per spacciato - con qualche brivido lungo la schiena se ripensano alle previsioni del 2016.

Sono già stati descritti come i grandi sconfitti della pandemia, i populisti: impreparati nella stanza dei bottoni; afasici nella veste di oppositori. Come Matteo Salvini. Difficilmente, dopo l'election-day di settembre, potrà intestarsi la vittoria (di Zaia) in Veneto, tanto meno quella dei candidati espressi dagli alleati. Potrebbe trattarsi, tuttavia, di previsioni incaute, dentro un quadro di grande effervescenza sociale e accelerata volatilità elettorale. Qualche populista potrà essere sconfitto. Ma il populismo è destinato a restare. Magari assumendo nuovi "volti". In alcuni casi, persino lo stesso. Al populista, di sicuro, il ruolo di perdente annunciato non sta scomodo.

 

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