La missione finale di Conte e Zingaretti

Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti

Bisogna credere a Conte e a Zingaretti che, dandosi di gomito (sono ancora fuori legge pacche sulle spalle e strette di mano), hanno riso di cuore dinanzi a gossip e retroscena che li vogliono l'un contro l'altro armati e sospettosi. Alla fine, l'incontro a quattr'occhi a Palazzo Chigi non è andato male. Si prosegue. Magari a vista. Perché la coalizione soffre. Per contingenze difficili, e per mali antichi. E il governo pure.

Soffre in Parlamento. Il decreto semplificazione, che il premier definisce con enfasi «la madre di tutte le riforme», è sottoposto a bombardamenti continui e al lancio di ballon d'essai (condono edilizio, sconti sull'Iva, tagli fiscali). Difficile chiudere la partita in tempi brevi. A rischio pure il necessario voto in vista del vertice europeo del 17 luglio, al punto che Conte sarebbe intenzionato a stralciare il capitolo riguardante il famigerato Mes e a rinviare ogni scelta a settembre.

Complicata anche la partita della nuova legge elettorale che il Pd ha messo in calendario alla Camera per il 27 luglio. Lì si scontrano i profeti del proporzionale contro i nostalgici del maggioritario (compreso Renzi che scalpita di nuovo). Un accordo per approvarla, dati i tempi necessari, metterebbe al sicuro coalizione e governo. Ma, specie al Senato, non si può giurare sull'esito: dopo defezioni e cambi di casacca i numeri della maggioranza ballano.

Si soffre anche fuori di Camera e Senato. Il 20 settembre si vota in sei regioni importanti (Puglia, Campania, Toscana, Marche, Liguria e Veneto): il centrodestra si presenta unito, il centrosinistra no. Una sconfitta in regioni-chiave, e per il mancato accordo Pd-M5S, finirebbe inevitabilmente per contagiare anche maggioranza e governo, magari in un Parlamento pure indebolito e delegittimato dal voto referendario - lo stesso 20 settembre - sul taglio di deputati e senatori. Momento teso.

Fin qui però si parla di sopravvivenza. Poi c'è un male politico di fondo. Che faccia ha la Cosa nata dieci mesi fa per espellere Salvini dal governo e portare questo Parlamento fino all'elezione del successore di Mattarella? È un patto per governare o una vera alleanza stabile, organica, duratura di cui Conte è il garante? In attesa di una risposta - che non è definita né in casa Pd né tantomeno 5S - Zingaretti ha puntato sulla deflagrazione dei grillini, sul dialogo con l'ala responsabile del Movimento e sull'isolamento dei nostalgici di Salvini e dei duri e puri del «meglio soli».

La manovra ha dato i suoi frutti. Ma quando dalla politica si passa alle necessità di governo - Mes, decreti sicurezza e migranti, evasione e riforma fiscale, Autostrade o Ilva, grandi opere o Alitalia - ecco riemergere il vecchio armamentario grillino con tanto di divisioni interne, e il dissolversi di ogni barlume di alleanza. Ha dunque ragione Zingaretti a temere un autunno caldo e a premere su Conte perché almeno convinca i grillini a candidati comuni per le Regionali. Perché una cosa è tirare a campare, altra è stringere un'alleanza che scelga l'Europa, faccia le riforme, concordi su come spendere i soldi in arrivo dalla Ue. E si prepari unita al dopo Mattarella. Da qui in avanti ogni passo sarà anche prova generale di quella missione finale.

 

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