Governatori senza partito aspettando la tornata elettorale

Vincenzo De Luca

Non potrà mai esistere un #PartitoDeiGovernatori. La suggestione deriva dall'ascesa dei Presidenti di regione. Dall'approssimarsi di una caldissima tornata elettorale. Dai conflitti apertisi con il governo centrale.

Proprio l'epidemia ha gettato nuova luce (e tante ombre) sul tema dei rapporti centro-periferia. Spingendo alcuni leader locali in vetta alle graduatorie nazionali. E altri in direzione opposta. Effetto-Covid? I trend demoscopici appaiono coerenti con i voti sulla gestione dell'emergenza sanitaria assegnati dall'Osservatorio della Cattolica per La Stampa: 4 alla Lombardia, il cui Presidente precipita nei sondaggi; 7,5 alla Campania e 9 al Veneto, i cui governatori brillano per popolarità. Vincenzo De Luca è terzo nella classifica rilevata da Demos per Repubblica - almeno, lo era prima di Mondragone. Addirittura secondo, e in continua ascesa, Luca Zaia.

Può esistere un partito che "contenga" Zaia e De Luca? Gad Lerner ha già individuato i punti di contatto. Crozza l'aveva preceduto: potremmo scambiare lanciafiamme e topi vivi (dentro involtini primavera) senza togliere credibilità alle rispettive imitazioni. A mettere in secondo piano l'opposto retaggio politico c'è poi quel «...però è un bravo amministratore» pronunciato a mezza voce da tanti avversari.

Molto più ingombrante, rispetto a qualsiasi prospettiva di collaborazione, lo scoglio delle autonomie. Qui proprio non ci siamo: De Luca e Zaia difficilmente potranno stare dalla stessa parte. Nonostante gli sforzi del ministro Boccia, vicino a un altro istrionico viceré sudista: Michele Emiliano, noto (e inviso) per il sincretismo demogrillino. È stato proprio il governatore campano, in settimana, a rompere l'unità (sul nodo della scuola) nella Conferenza Stato-Regioni: organo che, durante la crisi, ha peraltro mostrato di poter funzionare come autentica istituzione federale.

L'ideale partito regionalista, piuttosto, consegna la stessa tessera a Zaia e Stefano Bonaccini. Quest'ultimo, tuttavia, fermando il Capitano nella Waterloo emiliano-romagnola, ha proiettato l'omologo veneto verso il vertice del suo partito. E se stesso verso il Nazareno, in rotta di collisione con il segretario (e governatore) Zingaretti.

Resta il paragone storico. Con la stagione in cui il Presidente del consiglio divenne premier. I Presidenti di Regione americaneggianti governatori. E i sindaci (direttamente eletti) diedero vita a centocittà. Quel movimento, però, era perfettamente dentro il suo tempo: poggiava sulle "idee del '94", che incrociavano federalismo e maggioritario. Oggi, il residuo presidenzialismo regionale è solo un'eco del passato, in dissonanza con lo spartito nazionale. Ennesimo sintomo della schizofrenia italiana, fatta di governanti senza governo e leader senza partito: supereroi senza superpoteri.

 

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