Italia allo sbando fra l’inerzia di Bruxelles e le colpe Usa

Dopodomani, lunedì, Luigi Di Maio arriverà a Bruxelles, non con l’intento bellicoso di nove mesi fa quando, on the road con Alessandro Di Battista, voleva punire «l’arroganza dell’Unione Europa», ma stavolta per partecipare da ministro degli Esteri al suo primo Consiglio Europeo. E per chiedere aiuto all’Europa, perché alzi la voce e riporti alla ragione il presidente Erdogan. 
 
Delicatissimo e gravido di conseguenze il nuovo conflitto turco-curdo. Che colpisce l’Italietta del governo giallorosso in uno dei suoi punti deboli: la politica estera. Di Maio si è affrettato a convocare alla Farnesina l’ambasciatore turco per esprimergli il disappunto e lo sdegno italiano. Ma più di questo poco non può. Giuseppe Conte si è affrettato a condannare il blitz militare di Erdogan, ma sorvolando sul fatto che a dargli il via libera è stato l’amico americano Donald Trump quando ha deciso di riportare a casa le unità militari di stanza nella Siria del nordest, quella occupata dai militari curdi che proprio lì hanno fermato l’avanzata dell’Isis.
E gli Usa, si sa, sono tornati a essere i nostri principali alleati dopo la sbandata filorussa salviniana (con annesso hotel Metropol). Ma tra alti e bassi: ieri la sviolinata via twitter a “Giuseppi”; oggi la freddezza per la gestione dell’affaire Russiagate nel quale il premier prima si è reso disponibile, poi ha frenato gli slanci collaborativi. Senza contare l’ulteriore complicazione di prendersela con la Turchia che siede nella Nato e pure schierando il secondo esercito dopo quello americano. Che pasticcio.
 
Comunque noi stiamo con gli Usa, dove però regna il Donald che guarda con una certa soddisfazione strategica all’indebolimento dell’Europa. Sulla quale il nuovo conflitto turco-curdo rischia di scaricare conseguenze nefaste, e non solo perché il ritiro Usa e le bombe turche stanno ridisegnando gli equilibri. Il primo rischio è che centinaia di migliaia di profughi possano cercare rifugio qui, dove peraltro non si vede ancora uno straccio di politica in materia; il secondo è quello dei foreign fighters – finora tenuti a bada dai militari curdi che stanno cadendo sotto il fuoco turco – che potrebbero riprendere a scorrazzare in Europa o (meglio? peggio?) in Libia e di un ritorno dello Stato islamico. Alta tensione.
 
E il paradosso vuole che di questo caos politico-militare sia in buona parte responsabile proprio l’Ue che non ha fatto sentire la sua voce – silenzio assenso? – quando gli americani, Barack Obama in testa, hanno cominciato a smobilitare le truppe da quei territori, e poi ha generosamente finanziato Erdogan sia perché tenesse a bada i profughi siriani (6 miliardi), sia perché facesse massicci investimenti (14 miliardi) in vista di un possibile ingresso nell’Ue i cui valori fondanti Erdogan si preoccupa di smentire ogni giorno. A giudicare dalle reazioni in tutto il mondo (anche Trump gli ha chiesto di fermarsi), stavolta il leader turco ha esagerato nel suo continuo battere cassa e ricattare. Ma questo non assolve l’Europa che paga l’inazione di questi anni. E non aiuta l’Italia che nel grande gioco non sa bene che parte ha. 
 
 
 
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