Dai pop corn alla separazione (poco) consensuale

Eccola, la separazione (poco) consensuale. Renzi lascia il Pd, com’era annunciato da tempo. Lo sbocco di un percorso solo apparentemente incomprensibile, a pochi giorni dalla nascita di quell’esecutivo giallorosso che il Fiorentino, con il suo audace salto carpiato, ha fatto nascere dopo aver abbandonato i pop corn. Perché l’uomo è così: non riesce a essere parte di un progetto che non guida, tanto meno in condizione di minoranza. Non a caso dice di non volersi limitare a guidare una corrente nel Pd, dove pure, attraverso il controllo dei gruppi parlamentari, era ancora assai influente e obbligava Zingaretti a venire a patti, come si è visto nell’operazione che ha condotto al Conte bis. Renzi non riesce a pensarsi come parte: o è il sole, attorno al quale tutto e tutti ruotano, oppure cambia galassia. E così ha fatto.

Naturalmente dietro a questa personalissima scelta di uno dei grandi fautori dei partiti personali c’è la scommessa sull’ormai palese ristrutturazione del sistema politico italiano, indotta dalla polarizzazione delle principali forze politiche e da una nuova legge elettorale. Renzi ritiene che la collocazione più a sinistra del Pd, la crescente difficoltà del M5S di occupare uno spazio politico “né di destra, né di sinistra”, la radicalizzazione a destra della Lega e di Fdi, oltre che l’irreversibile crisi di Forza Italia legata all’interminabile autunno del suo Patriarca, renda agibile uno spazio centrista. Uno spazio dove costruire una casa modellata su un neocentrismo radicale, di movimento, di ispirazione liberale e liberista. Una collocazione favorita anche dall’imminente riforma in senso proporzionale della legge elettorale, che permetterebbe al neonato partito renziano di raccogliere consenso anche dalla diaspora dell’elettorato forzista non calamitato da Salvini e diventare decisivo per ogni governo.

Una scelta che, nonostante le rassicurazioni sulla permanenza in maggioranza della nuova forza renziana, non può non avere conseguenze sulla stabilità del neonato esecutivo. Certo, Renzi ha bisogno di tempo per far crescere la sua fragile creatura e questa è la più solida assicurazione per il Conte. Ma un tavolo a tre gambe rende più ardua la già complicata negoziazione interna e rischia di provocare nuove fibrillazioni politiche in un contesto in cui saranno tre i partiti decisi a mostrare il loro volto differente all’elettorato. Quanto al Pd, il suo profilo identitario ne uscirà meno ambiguo, consentendogli di ricomporre altre recenti scissioni già condannate dagli elettori all’irrilevanza, ma la scissione genera comunque problemi. Dal nodo dei renziani che rimangono, che non possono essere il “cavallo di Troia” del non più semplice “Senatore di Scandicci” e continuare a occupare posizioni dirigenti per conto altrui; a quello di riuscire a parlare con segmenti sociali e territoriali del Paese che non riescono a trovare rappresentanza e ai quali ora Renzi si propone di dare voce. —

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