Don Ciotti e Petrini a Sana Slow Wine Fair: "Per valutare un vino date ascolto alla vostra coscienza"

Don Ciotti e Petrini a Sana Slow Wine Fair: "Per valutare un vino date ascolto alla vostra coscienza"
Alla fiera di Slow Food a Bologna 542 cantine da 19 Paesi, di cui 302 con una certificazione biologica o biodinamica. E un messaggio forte: "Sono finiti i tempi delle valutazioni fini a sé stesse. Oggi i consumatori vogliono sapere chi e come lavora in vigna, chiedono una produzione in armonia con l’ambiente e con la comunità territoriale”
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BOLOGNA. “Auguro a tutti voi un conflitto con le vostre coscienze”. Se vuoi essere una fiera del vino diversa, meglio farlo fin dall’inizio. E ospitare sul palco inaugurale della prima edizione di Sana Slow Wine Fair un pezzo da novanta come don Luigi Ciotti. Che questa mattina a Bologna non ha perso l’occasione di lanciare il suo messaggio, come fa da quasi trent’anni con la cooperativa Libera Terra che coltiva terreni confiscati alle mafie. “Mafie che in questi anni si sono evolute, globalizzate, normalizzate – ha detto il fondatore di Libera davanti ai 500 produttori che fino a martedì animeranno il nuovo evento voluto da Slow Food -. Gli investimenti che hanno fatto nell’agricoltura, nella produzione e distribuzione del cibo, nella filiera di bar, ristoranti e pizzerie, sono impressionanti. Per contrastarle, occorrono conoscenza, condivisione e corresponsabilità. Occorre sapere che la variante più pericolosa del Covid è la variante criminalità: in questi anni di pandemia la criminalità organizzata si è espansa, i boss sono diventati manager in giacca e cravatta che fanno affari in ogni settore”. 

Un messaggio forte, che non ti aspetti ad una fiera dedicata a far roteare i bicchieri di bianchi, rossi e spumanti. “E invece è proprio questo il nuovo messaggio che deve arrivare dalla produzione enologica, che dell’agricoltura è da sempre la punta di diamante – ha rincarato la dose il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini -. Sono finiti i tempi dei punteggi e delle valutazioni dei vini fini a sé stesse. Oggi è arrivato il tempo della conoscenza: i consumatori vogliono sapere chi e come lavora in vigna, chiedono una produzione in armonia con l’ambiente e con la comunità territoriale, in regola con i propri dipendenti e responsabile nei confronti dell’equità sociale”. 

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Temi tutt’altro che secondari, se consideriamo che “il 70% dei contratti stipulati per l’utilizzo di manodopera in viticoltura presenta qualche forma di irregolarità”. Lo ha detto Giancarlo Gariglio, coordinatore della Slow Wine Coalition, sintetizzando ciò che emerso durante un convegno online dedicato al vino giusto e al ruolo sociale della cantina. Caporalato, sfruttamento e varie forme di opacità sono macchie che non possono più essere tollerate in un settore d’eccellenza e di successo come quello del vino italiano. “Occorre garantire dignità e lavoro alle persone - ha ribadito don Ciotti ai produttori -. Il vostro mestiere è arte. Abbiate il coraggio e la fortuna di saldare l’etica e l’estetica, il bene e il bello. Siate immuni dal Covid, ma non dalle vostre responsabilità”. E, ha aggiunto Petrini, “ricordatevi che tutto parte dalla vigna, da un buon rapporto con la terra, non da una buona strategia di marketing. Se il vino diventa una commodity, non è più un prodotto agricolo, non è più vino. Date ascolto alle vostre papille gustative e alla vostra coscienza, meno ai critici”. 

Anche perché, a dare ascolto al proprio palato, in una fiera come Sana Slow Wine non c’è che l’imbarazzo della scelta: 542 cantine da 19 Paesi, 302 quelle con una certificazione biologica o biodinamica, tutte convinte della necessità di fare un vino sostenibile dal punto di vista ambientale, la cui produzione non impatti sul paesaggio in cui si inserisce, e che sia motore di crescita economica grazie al rapporto virtuoso instaurato con i propri dipendenti e con le comunità in cui operano. È il vino “buono, pulito e giusto” che non scorda neppure chi oggi sta sotto le bombe di una guerra assurda alle porte di casa. Drammatico è stato l’appello lanciato con un video alla Slow Wine Fair da un vignaiolo ucraino, Valerji Petrov: “Sono molto preoccupato che i soldati distruggano anche le fattorie e le aziende agricole – ha detto -. Il nostro lavoro e le nostre vendite sono tutte bloccate: aiutate i piccoli viticoltori ucraini a sopravvivere”. Slow Food ha lanciato una raccolta fondi a sostegno della propria rete in Ucraina: molti di loro sono contadini e allevatori che non possono abbandonare i propri campi e i propri animali.